Recensione: “Super Ginger!”

super ginger

La sesta edizione del concorso Teatrofficina, dedicato alle compagnie emergenti ed organizzato da Semeion Teatro presso l’Auditorium di Settimo Milanese, giunge al suo terzo appuntamento. La redazione di Milano Teatri sta seguendo con affetto questo interessantissimo concorso che, negli scorsi anni, ha proposto e premiato spettacoli di altissimo livello (tra tutti, ci piace ricordare il meraviglioso Terra di Rosa – vincitore dell’edizione 2016 – monologo di Tiziana Francesca Vaccaro dedicato all’incredibile storia della cantante Rosa Balistreri).

Così, dopo aver pedalato insieme ad Alfonsina Morini nell’intenso (ma forse un po’ ingenuo) Ruote Rosa – leggi qui la recensione di Francesca Tall – e dopo aver visto proclamare Papa una donna, Elisabetta I, nell’accuratissimo e divertente Sic Transit Gloria Mundi – leggi qui la recensione di Ivan Filannino – ecco che approdiamo nel camerino della soubrette Ginger, unica protagonista dello spettacolo Super Ginger! messo in scena da Stivalaccio Teatro, giovane e agguerrita compagine veneta, che ne ha affidato drammaturgia e interpretazione ad Anna De Franceschi.

Spettacolo di clownerie, questo Super Ginger, la cui trama, esile esile, si può sintetizzare così: la soubrette Ginger, un po’ in carne, vive grandi successi sul palcoscenico ma il clima cambia drasticamente quando la ritroviamo nel suo camerino, vittima di una profondissima solitudine e di un probabile alcolismo, con una pianta come unica amica. Finché un giorno un ammiratore segreto inizia a far arrivare nel suo camerino mazzi di rose, biglietti a forma di cuore e proposte sempre più oscene (non sveliamo il finale per non rovinare la sorpresa a chi lo vedrà in futuro).

Anna De Franceschi non ha alcun timore e dona con generosità encomiabile il suo grande corpo e la sua grande mimica alla performance e al pubblico. La sua prestazione è senz’altro il punto di maggior forza dello spettacolo. Ci vuole grande coraggio per essere clown: significa liberarsi da ogni vergogna, anzi esibirla con orgoglio davanti al pubblico, trasformando in forza scenica quello che, apparentemente, è debolezza. Trasformare l’inconfessabile in strumento di comunicazione. E, senza ombra di dubbio, l’attrice supera a pieni voti, con tanto di lode e bacio accademico, questo difficile esame, mettendosi, letteralmente, a nudo.

Ma le grandi doti performative della De Franceschi non sono accompagnate dalla stessa accuratezza nella stesura drammaturgica e nell’impianto registico e, purtroppo, solo in alcuni momenti sono sufficienti a mascherarne le lacune. L’intreccio è davvero troppo debole e prevedibile (peccato supremo per un’arte che ha nel fattore sorpresa la sua carta vincente), più adatto ad un esercizio di improvvisazione che ad un vero e proprio spettacolo, con alcuni snodi dimenticati per strada (che fine fa, ad esempio, l’interessante rapporto con la pianta tanto sviluppato all’inizio?) e altri passaggi visti e rivisti (dalla bulimia nervosa al gioco mosca / cibo tipico dell’Arlecchino o dello Zanni, e infatti già presente sia nel capolavoro strehleriano sia nel Mistero Buffo di Dario Fo).

La regia del Duodorant accompagna con mestiere, ma senza guizzi, la performance, realizzando una scena ordinata e fin troppo geometrica, senza però utilizzare questa geometria come supporto claustrofobico o isolante rispetto alla vicenda raccontata, e il gioco di luci, interessante ma estremamente basico, non fa saltare sulla poltrona e accompagna lo spettacolo fino alla conclusione, con una non felicissima scelta musicale, una versione ibrida di My Way che non sceglie né la dorata raffinatezza di Sinatra né la sfacciata irriverenza di Sid Vicious, posizionandosi a metà, in un’idea di atto liberatorio e di autodeterminazione che ha poco a che fare con il senso della vicenda vista in scena.

Queste più o meno piccole mancanze impediscono di arrivare a empatizzare in maniera totale con il personaggio. Si ride sempre, sì, ma non si piange mai, nonostante un tentativo onirico, con la De Franceschi che si chiude in un baule e ne esce vestita da sposa, quella sposa che forse non sarà mai, nell’unico vero momento in cui il clima dello spettacolo cambia drasticamente.

Nonostante tutto, se ne esce abbastanza divertiti e abbastanza soddisfatti, più che altro per la meravigliosa prestazione dell’attrice che riesce anche a far passare in secondo piano il fastidiosissimo e costante commento di sottofondo proveniente da quattro spettatori seduti in terza fila, settore di destra, guardando il palco (lo scriviamo in maniera chiara nella speranza che possano leggerci, riconoscersi e vergognarsi), che hanno guastato la visione dello spettacolo, convinti forse di trovarsi davanti alla tv di casa.

Nella speranza di una loro futura assenza o di un loro ravvedimento, la bella rassegna si concluderà venerdì 27 aprile con l’attesissimo Sotto i girasoli, già ammirato la scorsa stagione al LabArca e segnalato dal nostro redattore Roberto De Marchi come uno dei migliori spettacoli della stagione.

Massimiliano Coralli

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