Recensione: “Sulla morte senza esagerare”

sulla morte senza esagerare

C’è una morte nera e una morte bianca. La differenza fra l’una e l’altra sta nel fatto che la prima è più lenta e l’altra è più veloce. Quella nera è vecchio stile, fa parte delle descrizioni della tradizione, quella vecchia è modern style, racconta la frenesia del contemporaneo.

Non si può parlare della morte, perché l’umano non la conosce davvero. È questo il suo interrogativo mentre è in vita che non trova mai esatta descrizione.
Visto che non se ne può parlare, senza esagerare, quello messo in scena dal Teatro dei Gordi al Teatro Verdi di Milano dal 13 al 16 dicembre 2018 è uno spettacolo silente ma molto chiassoso sulla morte. “Sulla morte senza esagerare” è rappresentazione dinamica fra il al di qua e al di là che riguarda l’umanità. Silente perché muto di parola e privo di espressioni cangianti perché affidato a delle maschere di carta pesta la cui bellezza ha favorito la mimesi dell’espressività dinamica degli attori in scena, sapienti interpreti di un altro diverso da sé visto dal di qua, perché frappone un livello di distanza fra sé e il pubblico.

Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza, per la regia di Riccardo Pippa, potrebbero smuovere timidamente e comunque rispettosamente, un pubblico di scettici nei confronti dell’utilizzo dell’ormai troppo fuori tempo e malamente abusata maschera. Fino ad arrivare a far trepidare chi quella maschera la vede come unica scappatoia dalla realtà. La superficie delle cose è davvero inesauribile.

Omaggio alla poetessa Wislawa Szymborska, Sulla morte senza esagerare mette in mostra personaggi diversi estremamente fra loro e pure immersi in uno stesso contesto. Al chiedersi chi fossero quelle maschere, ci si sarebbe risposti tratteggiando dei tipi umani del proprio tempo, politicamente o moralmente connotati. Al chiedere agli attori, chi siano quelle maschere, uno di loro vi risponderebbe dando loro un preciso nome di battesimo, un preciso racconto di una storia personale, affettivamente connotata.

La differenza fra morte bianca e morte nera è rispettata nei tempi anche dalla scelta dei suoni per le rispettive interpretazioni. Si passa dal canto friulano di inizio 900 fino ad arrivare al jazz brasiliano della quasi fine del 900. Le luci quelle sì, sono sempre in un unico tempo morto, per restare in tema.

Alessandra Cutillo

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