Recensione: “Strega cum laude”

strega cum laude

Ragnatele, scricchiolii, penombra, sono gi elementi che con cui viene accolto lo spettatore, ci si sente accompagnati in un particolare tunnel dell’orrore, e si prova quel caldo brivido di confusione che fa arrossire il cadetto spaziale, per scriverla alla Pink Floyd. È il perturbante, l’Umheiliche citato da Freud, quel momento in cui i complessi infantili, le antiche paure rinascono, e le credenze primitive e superate trovano nuova conferma.

Si tratta di quella sensazione di freddo intenso che fa accapponare la pelle, rizzare i piedi e che non può che condurci a quel doppio irrazionale, tutto ancora involto nel pensiero magico,che si può scartare in platea come una caramella dallo strano sapore, come quello delle posate d’argento ossidate che lasciano in bocca un’inquietante memoria di quel metallo. Le due attrici Paola Giacometti e Margò Volo, anche autrici del progetto, conoscono bene l’effetto, e rimboccano idealmente le coperte dello spettatore in modo che i piedi rimangano scoperti, in balia delle misteriose creature che vivono sotto il letto, e ci si sente divisi tra il tenerli ben bene al di qua del limite, e la voglia di usarli come esca per far uscire allo scoperto tutte le streghe possibili.

In un’accademia della stregoneria, dove si rievocano i fatti di Triora e di un processo alle streghe che racconta ancora l’ottuso mondo dell’ipse dixit, un’allieva di bianco vestita, reduce forse da un picnic ad Hanging Rock, ha voglia di perdersi in una selva oscura, e lo farà, entrando in contatto con una strega di quella remota località ligure, e con un ex allieva rinnegata, entrambe sono momenti di passaggio, doppi, necessari doppelganger per fare acquisire alla protagonista una nuova coscienza. Con intelligenza lo spettacolo si veste con i colori della dramma e del riso, riesce, con abile giocoleria, a far parlare insieme la Musa della commedia Talia con quella della tragedia Melpomene.

Il viaggio fatalmente, cromosomato xx, tutto al femminile, alla ricerca ed alla riscoperta di un archetipico junghiano della donna, di un principio dell’essere donna che passa dalle parti Dioniso e delle Baccanti, e che rievoca Paracelso e Tolkien, si compie di fronte agli occhi dello spettatore. E queste novelle streghe d Eastwick scoprono che nella risata dissacrante, catartica. si nasconde forse uno dei poteri più potenti. Metateatralmente, l’arte magica di rendere possibile l’impossibile, evocata all’interno della piece, non è altro che l’abracadabra della scena, del miracolo del fare teatro, e dell’apertura di quel patto narrativo che fa di un palcoscenico il regno e principi per attori.

Paola Giacometti riesce ad esprimere l’incantamento di una giovane allieva che deve scoprire il dark side of the moon per conoscere se stessa, recita togliendosi le scarpe della recitazione inamidata, polverosa,accademica, e cammina con levità a piedi nudi nel parco, spruzzando ora di inquietudine ora di divertita partecipazione le sue battute. Margò Volo è decisamente efficace nel doppio ruolo dell’allieva ingiustamente rinnegata, necessario negativo, ombra psicanalitica dell’altra interprete, ed in quello della donna di Tria torturata ed accusata di stregoneria. Inventa per quest’ultima un grammelot ligure che l’aiuta a trovare una recitazione di pancia, a scavare nell’anima dello spettatore con fonemi straziati e strazianti fino a farsi sanguinare queste dita fonetiche. La guaritrice, l’osterica è messa all’indice, è una scheggia impazzita,un femminile che non china la testa all’ordine costituito, e ne paga un prezzo enorme. La presenza maschile dello spettacolo, ovvero Tony Rucco si diverte a sornioneggiare nelle vesti di professore e padrone di casa, e si fa implacabile inquisitore nel rapporto con la donna accusata di stregoneria, diventa un Taltibio che viene ad annunciare che questi eterni Achei pigeranno ancora di più il tacco del loro dominio sul femminile.

I video proiettati aiutano a proiettarsi oltre l’infinito, a regalare all’allieva lo sguardo incantato e pietrificato dell’astronauta kubrikiano Bowman,che si lancia in un viaggio prima di tutto interiore. Alla fine dello spettacolo le streghe fanno un po’ meno paura, e quel femminile che preferisce la Luna e la penombra, lo si guarda con gli occhi felicemente stupiti di Ciaula, come se, per la prima volta la donna apparisse, di fronte ad occhi maschili, in quella veste argentea. E’ questo forse il merito più grande delle due interpreti, quello di far accomodare il pubblico in sala per parlare di donne anzi dell’essere donna, della complicità fra amiche, di quel quotidiano in cui la donna trova nell’altra donna uno specchio in cui riconoscersi, trovare un’identità, con cui perdere volontariamente la trama e l’ordito della normalità giornaliera, con la naturalezza d’un gatto, per poi riderne apertamente, e senza freni. E si avrebbe voglia d farsi prestare le parole di Joel al termine di tutti questi incantesimi scenici, e di canticchiare a mezza voce che “she is always a woman for me”.

Danilo Caravà

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