Recensione: “Stratr*ia”

stratr*ia

Con “Stratr*ia” Compagnia Ortika consegna allo spettatore l’allegoria di una società, la comunità di Troiaio, in cui una macabra volontà di controllo e dominazione sulla sfera femminile si è fatta ingranaggio fondamentale del suo funzionamento. Una comunità che alleva le sue crisalidi rigorosamente in serra per soddisfare la sua ossessione di controllo, e giungere alla realizzazione della farfalla perfetta. Scelta, quella delle farfalle, che in chiave scenica e drammaturgica rende al meglio il gioco di potere e soggezione che anima la vicenda.

Un’ossessione, quindi, direttamente proporzionale allo sconcerto della piccola cittadina causato dalla scomparsa della giovane S, che ci viene mostrato attraverso una serie di personaggi maschili che sfilano, ricordano e raccontano la protagonista invisibile della pièce: vi sono, nel racconto, molte sfaccettature, perché ognuno ha la sua versione ma, allo stesso tempo, non sembra sinceramente interessato alla vera ricerca di un responsabile. Il meccanismo testimoniale in cui trascinano lo spettatore sembra pendere maggiormente verso l’accusare la ragazza sparita del vuoto creato nella comunità e dell’incorso rischio di vanificare, oltretutto, anni di ricerca scientifica.

Tali grotteschi personaggi, che uno dopo l’altro appaiono sulla scena, sembrano quasi sfidarci: sviano a tal punto la questione della ricerca del colpevole (se ne esiste uno), da portare lo spettatore a chiedersi se sia davvero importante saperlo.
Cosa è quindi veramente interessante per noi? L’idea di una società sicura ed affidabile? O conoscere i difetti di funzionamento di terzi per sentirci meglio nei confronti di noi stessi?

Si potrebbe definire questo il racconto di una mini-dittatura della misoginia, non priva dei suoi focolai di resistenza, in cui la violenza stessa, insita nel creare specie femminili perfette, viene ben mitigata dalle scelte allegoriche della drammaturgia.

E tuttavia è un meccanismo che fa fatica a decollare, anche per il grande quantitativo di informazioni che il testo ci invia in maniera abbastanza frammentaria. Il lavoro che Alice Conti fa sul palco è ammirabile ma la sensazione è che risulti ingabbiato in un’eccessiva dipendenza dal piano audio visivo, utile sì a darci un quadro del contesto in cui ci troviamo ma che a tratti pare quasi soffocare il ritmo dello spettacolo, smorzandone spesso la tensione necessaria per giungere a una vera liberazione finale.

Una liberazione verso cui la protagonista riesce a tendere ma che manca a noi che osserviamo: proviamo al contrario una sorta di disorientamento continuo, in parte evidente obiettivo della regia, che rimane però senza una reale soluzione.

Un lavoro non privo di ambizione, tanto nella drammaturgia quanto nelle scelte fatte per l’allestimento, e nella capacità di inserire lo spettatore in un processo in cui la percezione della figura della vittima si fonde e si confonde man mano con quella del carnefice.

Come e a che livello questo processo venga attuato, dipende solo da quanto ci impegniamo a riflettere su ciò che ci viene raccontato.

Dario Del Vecchio

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*