Recensione: “Storia di un oblio”

storia di un oblio
foto Antonio Parrinello

Ci sono parole che sono cocci di vetro, sembrano fatte apposta per ferire l’anima, per scuoterla del suo torpore, ci sono parole che provano a farsi abbraccio, che scuotono l’aria come farebbe un corpo che si agita, come quelle di questo testo dell’autore francese Laurent Mauvigner. La platea e lo spazio scenico si ibridano, si meticciano, e lo spettatore ha l’impressione di trovarsi in una morgue, in una sala d’autopsia, ci si approccia ad essa con il caldo brivido di spaesamento del giovane studente di medicina che assiste per la prima volta ad un’autopsia didattica. E sul tavolo anatomico il regista Roberto Andò guida con maestria il bisturi interpretativo di Vincenzo Pirrotta, che disseziona la carne spirituale, togliendo la tara al corpo per lasciare quei 21 grammi di anima da soffiare con decisione sui volti del pubblico. Gli dei della tragedia rimangono in perfetto silenzio, anche se l’interprete scuote la sua vocalità sul tamburo del diaframma per evocarli, porta in dote nella sua voce e nei suoi gesti, la stanchezza metafisica, e l’umile preghiera di un Priamo che nottetempo raggiunge l’accampamento di Achille per richiedere il corpo di Ettore.

Ed il centro dello sguardo rimane proprio quel corpo, che è negato allo sguardo, chiuso ed intuito in un sacco plastico, piccola cosa che ha perso anche la poeticità gozzaniana, e su cui incessanti piovono le parole dell’attore. La vita barthesianamente non vive, giace inerte dopo essere stata negata da un gruppo di vigilantes che tra una calcio e l’altro, nel magazzino di un supermercato, hanno reso il male più banale di un’anonima lattina di birra. C’è della ghiaia sulla laringe di Vincenzo Pirrotta, su cui i fiati, che, data la vicinanza, diventano un tutt’uno con quelli della platea, si lacerano, si escoriano deliberatamente per mostrare tutta la loro fisicità offesa ed oltraggiata da una morte senza senso. L’interprete si arrampica forsennatamente sulla scala della potenza fonetica, andando deliberatamente in debito d’ossigeno, rendendo visibile quel passivo di fiato che agita il mantice del petto e del ventre. E proprio in quel manque, in quella mancanza, in quei silenzi roridi degli umori recitativi vive forse la preghiera più alta, una teologia negativa che scova un’impossibile luce nell’oscurità definitiva dell’involucro scuro che avvolge il cadavere. Il personaggio si fa due volte corpo, due volte voce, sente la necessità, l’imperativo categorico di kantiana memoria di farsi possedere dallo spirito vitale del simbolo di vita disanimata che giace affianco a lui.

In questo heideggeriano essere-per-la-morte, dove il centro delle forze gravitazionali che guidano gli sguardi fatalmente è rappresentato dal corpo inerte, l’attore ritrova il bruciore dell’esistenza che gli urge nelle parole, nei gesti, e nel corpo. La potenza di questo testo scenico è quella di far trasumanare quella prosaica, umanissima, fine di un’esistenza in un canto, in un’elegia che sbatte le sue ali davanti agli spettatori come l’angelo del cortometraggio di Polanski fatto apposta per riscattare la misera esistenza di una vecchia signora che raccoglie silenziosamente oboli di silenzio in un bagno pubblico. La recitazione diventa qui un atto d’amore, una disperata testimonianza del vivere che, non avendo rose da offrire, impetala parole e fa la punta alle spine del proprio dire perché ci si punga nell’afferrarle, affinché il dolore sia il sigillo della memoria. Una legione di daimon socratici s’agita e arranca nel corpo di questo interprete che si offre senza sconti, cristologicamente, a tutta la platea, intinge idealmente la penna della sua recitazione nella sua stessa carne, e lascia alla propria fisicità forse il compito più difficile, quello di raccontare l’irraccontabile, il tempo oltre il tempo, la presente assenza di un’ombra che si fa cosa salda nei fonemi dell’attore. Come nella tradizione mitologica, la carne rimane agli esseri umani, le ossa agli dei in questo sacrificio compiuto sull’ara di un anonimo supermercato. La tragedia di un fratello, negato da un’assurda violenza, vive nella sua dimensione più semplice, nell’atto più elementare, ma proprio per questo più potente, ha la forza dell’eucaristico spezzare del pane, tocca le corde più profonde ed ataviche del nostro inconscio collettivo.

In questa morte non c’è un finale nibelungico, un trionfo di ottoni wagneriani, ma la verità del poi, del dolore che sbatte la testa contro il muro di sedie occupate dagli spettatori. Nell’epilogo della piece il modo di completare, suggellare la dolorosa e travagliata catarsi dell’interprete, ed insieme quella della stessa platea, viene trovato nell’invenzione di un gesto, di un bacio e di un abbraccio donati con generosità a ciascun spettatore, almeno fin dove si possono allungare le generose intenzioni di un’azione. La sensazione è quella di condividere un lutto e condividendolo, superarlo, ci si sente più leggeri come se un grumo nero fosse stato espulso dal cuore. La munificenza dei lunghi applausi testimonia che la gragnola di colpi sul plesso solare dell’inerzia e dell’indifferenza comune ha sortito l’effetto desiderato, e lo spettacolo si è piantato nel profondo delle coscienze.

Danilo Caravà

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