Recensione: “Stabat Mater”

stabat mater
Foto Lucia Menegazzo

Stabat Mater, secondo capitolo della “Trilogia sull’identità” (iniziata con “Peter Pan guarda sotto le gonne” e terminata con “Un eschimese in Amazzonia”) è andato in scena, all’interno della rassegna Nuove Storie, al Teatro Elfo Puccini dal 5 al 7 maggio. Scritto e diretto da Liv Ferracchiati e prodotto dalla compagnia The baby walk, reduce dalla partecipazione a La Biennale di Venezia 2017.

Uno scrittore trentenne è il protagonista della vicenda, incentrata sulle relazioni che stabilisce con due diverse donne, inevitabilmente influenzate dalle apprensioni esasperate della mater familia.
Una vicenda che, per molti versi, si muove nell’ordinario, avendo come fulcro l’opprimente e ineluttabile onnipresenza materna, ma prescinde da esso nel fatto che lo scrittore in questione sia un uomo in un corpo di donna. Da qui si dipanano una serie di vettori narrativi, dallo scontro con la madre alla ricerca di un incontro finalmente veritiero, alle difficoltà che la Norma impone sul piano pratico-quotidiano del sesso e dell’amore, fino al sensuale confondersi del rapporto medico-paziente. Vettori diretti ad un obiettivo ideale quanto urgente: l’indipendenza, dalla madre, dalla seduzione, dalla Norma, dai come e dai perché, dai limiti del corpo che condizionano la mente e impediscono l’abbandonarsi.

Pochi elementi sulla scena ci riportano ai momenti e alle questioni principali affrontate sul palco: due sedili testimoni del primo “incontro” amoroso tra i due fidanzati; il divano che vede la loro relazione scivolare progressivamente verso un abitudinario coabitare rispetto ad una vibrante convivenza; le due poltrone funzionali al percorso terapeutico che Andrea ha intrapreso con una provocante psicologa divenuta ben presto oggetto del suo desiderio. E, in alto, sullo sfondo campeggia il volto onnipresente della Madre, fermoimmagine (che gode della meravigliosa espressività di Laura Marinoni) che prende vita nelle conversazioni telefoniche morbose con la figlia, ripetute e ripetitive. Attraverso le difficoltà e le insicurezze sessuali espresse da Andrea nell’approccio con la fidanzata, il profluvio inesauribile di parole che inondano la psicologa (e talvolta anche il pubblico) senza lasciarle margine di risposta in netto contrasto rispetto alla speculare mancanza di conversazione con la madre, con la quale si limita solo a brevi aggiornamenti sul quotidiano, a fronte di un incedere instancabile di domande sempre uguali, ridondanti, che tentano forse di celare l’interrogativo più importante e al contempo più temuto, entriamo in contatto con un uomo agitato da un tumulto interiore che va ben oltre la non coincidenza tra il proprio aspetto e il proprio essere.

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foto Lucia Menegazzo

Andrea è consapevole del suo fascino, derivante forse dal suo rifiuto della norma essendone totalmente al di fuori o più semplicemente dall’acume anche ironico che sfoggia continuamente.
E’ fermamente sicuro dei suoi ideali, di ciò in cui crede e di ciò a cui rifiuta di conformarsi.
Il suo punto debole è l’amore, molto semplicemente. L’amore nelle sue implicazioni, nelle sue apparenti banalità che talvolta si configurano come convenzioni insormontabili, nel suo maturare che si rivela un deteriorarsi. Crede nell’aspetto passionale e seduttivo dell’amore, anzi, gioca e maneggia tale consapevolezza con grande abilità. Tuttavia, nel momento in cui la pratica amorosa si rivela più complessa della teoria e le parole non lo supportano più, cerca di nascondersi dietro di esse, e accumularle, mettendo su un fragile castello verbale. Ma la voce della madre, tanto netta quanto frangibile nella nostalgia, spezza la continuità delle parole e le rende pesanti, difficoltose, futili. Così come lo sguardo perpetuo, ingombrante anche nella sua assenza fisica, rende ogni gesto inadatto, ogni momento inopportuno.

Liv Ferracchiati, attraverso uno sviluppo narrativo sapiente che ricorre al flashback non solo come recupero di materiale utile al percorso terapeutico affrontato dal protagonista ma anche come testimonianza dello sgretolarsi di una storia d’amore, alternato al progredire del flirting con la psicologa e al continuo procrastinare l’”incontro” reale con la madre, ci restituisce una personalità sfaccettata e assolutamente ordinaria nella problematicità del sentimento e ciò che riguarda la gestione ( e gestazione) di esso. Andrea è una sorta di Woody Allen (come spesso esplicitato dal testo) 30enne, che si approccia all’altro preferibilmente attraverso una logorrea incessante oppure l’erotismo anche esasperato, anziché affrontare sé stesso con la stessa schiettezza dialettica che riserva alle persone e reprime, invece, nei confronti della madre.

Questa pièce, come affermato dal regista stesso, “se fosse una ricerca antropologica, sarebbe una ricerca antropologica sentimentale”. Effettivamente, il transgenderismo qui risulta essere il substrato di questioni altre, che partono da esso per toccare poi diversi punti di contatto e di contrasto tra Andrea e la sincerità di cui si priva, tra il protagonista e la tanto osteggiata Norma che rinchiude l’amore in una questione di sesso e sessualità e reprime la specificità del legame che si rivela sempre diverso, mutante, modellato sulle individualità che lo costituiscono.
In una logica, probabilmente, non dissimile a quella su cui si basa l’apparato intellettuale e ideologico dello spettacolo, Massimo Recalcati, in un articolo pubblicato su Repubblica dal titolo “Se il fallimento insegna l’amore per l’Altro”, afferma: “Quando osservo un figlio crescere non capisco, in realtà, nulla di lui; lo vedo andare per il mondo con un senso di libertà che non può che essere sua propria, inassimilabile e diversa dalla mia. Di questo dovrei essere felice. Lo stesso accade per gli amori. Lacan affermava che il rapporto sessuale tra i sessi è impossibile, è sempre fallito. Non posso mai sentire quello che l’altro sente, confondermi, coincidere, essere lui. Ma è proprio dall’esperienza di questo fallimento che diviene possibile l’amore come amore per l’eteros. Si tratta di provare a condividere proprio l’impossibilità di condividere il rapporto. Se ti amo non è perché dialogo con te ma perché in te c’è qualcosa di te e di me che mi sfugge, impossibile da raggiungere. Scopro, cioè, in te un segreto che mi supera e si distanzia da ogni empatia possibile”.

Giuseppe Pipino

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