Recensione: “Sonosarò”

sonosarò

La Lucina Compagnia porta in scena, partendo dai testi di Antonio Moresco integrati ad un raffinato e toccante lavoro coreografico e stilistico, SONOSARÒ, all’interno della rassegna HORS 2018 al Teatro Litta.

Sonosarò è un’opera multimediale nel senso più profondamente umano: impiega i corpi e le voci, che si articolano in movimenti e parole, come mezzi di trasmissione diretta del senso e dell’emozione, integrandoli alla drammaturgia sonora; il tutto immerso in una scena essenziale, forse metafora di una camera gestazionale primordiale da cui l’uomo sembra non distaccarsi mai definitivamente.

Dieci “canti” compongono l’opera, una sorta di percorso, vagamente dantesco, dell’uomo alla scoperta dell’uomo, cadendo inevitabilmente in riflessi e costruzioni della sua immagine a partire dalla nascita di sé nel mondo, per intraprendere un’indagine entro i limiti dello stesso e della propria libertà di agire. Diversi sono gli “stadi dell’anima” che si intrecciano alle metamorfosi dei corpi, come se voci e gesti, parole e movimenti, fosse scorporati e viaggiassero su sentieri d’espressione diversi, che a volte si sfiorano e altre si ignorano volutamente.

Quando e come abbiamo confuso le stelle con i riflettori? Il contatto umano con quello virtuale? E perchè? Il corpo si strazia, si denuda e poi si copre e la vergogna, l’inettitudine sono attributi del corpo-gabbia che abbiamo costruito intorno ad un’anima sempre più flebile, coma la fiammella di una candela evanescente e gettata a terra da un Led di ultima generazione. Metafore ed interrogativi costellano l’universo che prende corpo sul palcoscenico e poi, come risucchiato in un buco nero, vaga alla ricerca di crepe da cui possa originarsi nuova luce. E l’universo in questione è l’umano stesso, che prima si scinde e poi s’illude di ricomporsi, che un momento cade e quello dopo riprova a stabilire un contatto con gli altri. Ma c’è spazio in questo mondo, in una porzione di universo che ci vede sempre più distanti da noi stessi, in un arcipelago di anime slegate dai corpi d’appartenenza, per un contatto? E si parla di mani che toccano, di orecchie che ascoltano e di cuori che si urtano e si cercano e non di mere estensioni tecnologiche degli stessi.

Parole in coreografie sonore e corpi in collisione verbale, i testi di Moresco procedono con la drammaturgia tout court quasi per mano e tale è il rapporto che poi instaurano con lo spettatore, che vive e attende, come se fosse su quel palco, come se fosse quegli attori e quei corpi e come se quelle parole fossero presenti, già da un po’, forse da sempre, in qualche angolo buio della sua mente. Ecco che allora SONOSARÒ diviene luce. Non a caso il titolo unisce presente e futuro, prossimità e distanza, come se i sogni fossero piccole vite possibili incastrate negli occhi, come se dalla morte potessimo trarre la nascita e dal niente il tutto, con le sue voragini e le sue evoluzioni. E noi adeguarci a queste, alla lotta inesauribile per restare completi e umani.

Giuseppe Pipino

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