Recensione: “Solaris”

solaris

Esse est percipi

Ci si sente divisi, come Pessoa, tra la lealtà che si prova nei confronti del mondo esteriore come cosa vera dal di fuori, e l’impressione che tutto sia sogno, come cosa vera dal di dentro, vedendo questo spettacolo diretto da Paolo Bignamini ed interpretato dalla triade attorale composta da Debora Zuin, Giovanni Franzoni ed Antonio Rosti. Il regista riesce a vincere una sfida che sulla carta pareva impossibile, ovvero quella di trasporre la fantascienza sulla scena, avendo come numi tutelari lo scrittore Stanislaw Lem ed il regista Tarkovskij. Il segreto è stato senza dubbio, la costruzione del materiale di messa in scena per sottrazione, l’applicazione di una sorta di teologia negativa, che ha permesso di ritrovare il cuore di Solaris, collocato in una ambigua dimensione mentale.

La vicenda si apre con la voce radio del protagonista, nuova incarnazione di un Major Tom destinato a rompere traumaticamente il cordone ombelicale con il ground control, e prosegue nella rappresentazione del rapporto con lo scienziato, ostinatamente di spalle, come la protagonista nel prologo della vicenda, a simboleggiare forse quell’inconscio, che, come raccontava Freud, è paragonabile ad un signore voltato, di cui non riesco a vedere il viso. I pochi elementi di scenografia, una sfera pulsante di luce porporina, praticabili di altezze differenti, come differenti sono i piani di realtà con cui ci si confronta, sono gli oggetti che danno la possibilità allo spettatore di entrare nella camera oscura delle meraviglie, e vedere come è profonda la tana in cui sta sprofondando Alice. La moglie, creatura di Solaris, proiezione incarnata della compagna deceduta del protagonista, è costretta a rivivere se stessa in un samsara alternativo, è un personaggio in cerca d’autore, che, a differenza di quello pirandelliano, ha smarrito il suo essere, oppure ha la coscienza di non possederlo. Si gioca con Cartesio in questo lavoro teatrale e, tutto sommato lo si confuta, il pensiero non è più un bene rifugio, una certezza epistemologica, un pavimento sicuro su cui far camminare le nostre conoscenze, diventa invece un dubbio che divora se stesso.

I momenti di autenticità sono espressi, ed è certamente una felice intuizione del regista, da istanti coreutici in cui la voce tace ed i corpi si tendono, si flettono, descrivono grafemi di un linguaggio altro, che cerca di raccontare l’impossibile equazione della vita cosciente. Solaris è un altro forbidden planet le cui visioni sono prese tutte lì, dentro di noi, è uno specchio che restituisce l’immagine più spietata e sincera di noi stessi, ed in questo trova la sua più grande affinità elettiva con il teatro. Debora Zuin egregiamente incarna l’incarnabile, rappresenta una nuova Eva che non è sicura della materia di cui è fatta, ed è abitata da un Altro da sé, di lacaniana memoria, è una marionetta cosciente dei fili che la reggono, che rivendica l’atto finalmente proprio di strapparseli di dosso.

La sua vocalità, abitata da fiati fatali, da una punteggiatura nervosa, percorre tutta la scala cromatica, e riesce nell’esercizio ambiguo della risata gianobifrontica, la quale è, allo stesso tempo, pianto e sorriso. Giovanni Franzoni interpreta lo stupore, è un puer eternus che si confronta con i suoi sentimenti, che rivive un’irrisolta educazione sentimentale con lo spettro troppo reale di sua moglie. La sua voce costipata, sofferta, indugiante nel palato molle come a voler trovare un rifugio in cui ripararsi, esprime efficacemente tutta la fatica del dire, lo scacco della riflessione razionale che si arrende al cuore. Scopre Solaris come Ciaula la luna, con ingenuità, e nel suo sonno, nel suo raggomitolarsi in sé, esprime meravigliosamente tutta l’affascinante fragilità del cristallo della condizione umana.

Antonio Rosti, inizialmente abitato da una recitazione dura, severa, come l’androide del primo Alien, riesce a screziarsi di un’emotività esplosiva, che è vissuta opportunamente, dall’interprete come una presenza aliena, come un momento in cui Hyde prende decisamente il sopravvento su Jeckill. Alla fine dello spettacolo si ha l’impressione che Solaris vivrà ben al di là dei confini del palcoscenico, e che la coscienza sia quell’hegeliano immediato indeterminato, quel paradosso che ogni interprete teatrale si affanna a raccontarci, prima che le lacrime si perdano nello scroscio di pioggia, narrato dalla protagonista, ed evocato a più riprese come effetto audio.

Danilo Caravà

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