Recensione: “Sogno di una notte di mezza estate”

sogno di una notte di mezza estate
foto Luca Piva

Certi spettacoli sembra che siano in grado di prendere un microfono in mano, farsi la voce piacevolmente vissuta della Fitzgerald e di intonare scena dopo scena, un dream a little dream of me, di sussurrare un necessario e struggente “I love you” alla platea, certi palcoscenici riescono ad afferrare l’idea stesso di teatro dal polveroso iperuranio, farne cosa salda, plasmarla come il Demiurgo platonico vivifica la materia, per porgerla alla platea in forma di diamante purissimo dalla luce cangiante, fatto dall’essenza stessa del teatralità, e il Sogno in scena all’Elfo Puccini è uno di questi.

E’ diventato, stagione dopo stagione, un liquore barricato, un distillato che si è arricchito di lazzi, di giochi, una gioiosa macchina teatrale che ha affinato il suo meccanismo, che si è impregnata degli umori floreali del legno di rovere dove è invecchiata, o meglio ringiovanita, perché porta in dote con sé l’argento vivo di un enfant terrible, di una giovinezza che conosce il segreto del perpetuum mobile, e che fa i gradini temporali di uno spettacolo, che sfiora con l’intervallo le tre ore, a due, a due, a tre a tre, arrivando a destinazione con l’esattezza e la velocità di una freccia. Questa piece ha il potere di scrollarsi di dosso la durata cronologica, che porta con sé un’ipoteca di noia, ed entra pienamente nelle dinamiche oniriche, abiurando quei filtri epistemologici irrinunciabili nello stato di veglia, la forma di spazio e tempo, permettendo alla percezione di dilatare i suoi polmoni con l’aria profumata da fiori olimpici, che hanno la caratteristica di non appassire mai.

Il regista, De Capitani, ha il merito di strofinare sulle palpebre dello spettatore uno spettacolo che ha virtù incantatrici, possiede la dote di restituire all’intera platea il pensiero magico, riportandola a quel processo cognitivo in cui la realtà scenica si colora di pensieri e desideri, e basta un abracadabra per fare di un palcoscenico un regno, degli attori dei principi, o delle creature fantastiche. In una scenografia che reinventa gli archetipi vitruviani, e colora del blu libertario di Klein il corpus centrale, il frons scenae classico in grado di aprirsi sul mondo irrazionale del sogno, su una realtà rovesciata che sta a qualche passo dalla patria del logos, del pensiero filosofico, ovvero Atene. Tutto il cast entra con convinzione nel gioco serio di nietzschiana memoria, e si apre un’eterna gara, un circolo virtuoso in cui l’interprete ispira l’ultimo fiato del suo compagno/compagna di scena, si appropria dei suoi toni, si fa recitare dall’altro come preso da fatale incantamento. Le schermaglie d’amore, lo scombinamento delle passioni, sono espresse attraverso riti di corteggiamento che hanno il loro centro di gravità nella fisicità, nel corpo che festeggia la sua epifania, che ritrova la scherzosa gioiosità di una sessualità teatralmente feconda di un divertissement in grado non solo di riprodurre filologicamente lo spirito della commedia, la sua irriverente carica bassoventrale, primus movens di questo sistema cosmologico, ma anche di esprimere un umanesimo teatrale, un rito antropologico definitivo, una festa dell’uomo per l’uomo, una danza vorticosa che prende per mano lo spettatore invitandolo ad abbandonarsi, e in quell’abbandono ritrovare la vividezza dell’hic et nunc del tempo cairologico, qualitativo, attraverso il quale il mortale può sorseggiare un po’ di divino nettare senza bruciarsi le labbra.

Tutto lo spettacolo è una recherce in cui ognuno può leggere il profumo della propria madeleine, una blakiana song of innocence scritta con l’inchiostro dei gesti e dei fonemi che festeggiano l’arte ludica con vivacità, con tutta l’energia a loro concessa. Il mondo del sogno, della notte, riesce a imporsi con una vocalità mulleriana, dove Puck è in grado di incantare con i suoi bla bla, avendo alle spalle le rovine del pensiero razionale. C’è qualcosa di straniato in queste voci, l’intuizione di una distorsione cromatica baconiana, vagamente inquietante, le parole grattano, scartavetrano la necessità onirica, vogliono sedurre nel senso etimologico del termine, portare sé, attirare lo sguardo dello spettatore, si fanno corpo provocante che si aggiunge a quello degli interpreti, un corpo che seduce quanto quello di Salomè con la sua danza, che vuole farsi tocco sensuale. La compagnia degli artigiani diventa un gioco metateatrale in cui la comicità riesce, in un gioco di specchi. a moltiplicare se stessa, a ridere del proprio ridere, a trovare una luna di cartapesta, un’ideale sfottò di Elicone all’impossibile anelito poetico caligoliano. Ci si trova in buona sostanza a confrontarsi con un teatro eucaristico, che offre se stesso, il proprio corpo con generosità allo spettatore per una nuova eterna alleanza, per rinnovare un patto narrativo che dona al sogno, recitato sul palcoscenico, colori più vividi, lo rende più insistente, gioca ad essere vero con tanta cartesiana convinzione dal diventarlo nell’attimo stesso in cui diverte e fa divertire. E’ piacevole accorgersi di quanto si sia arricchito lo zibaldone di questo Sogno, il baule dell’attore, di gesti da tecnica di improvvisa, di coreografie, di scene, di cromie ammaliatrici, rendendo questo spettacolo pluridecennale ciò che l’arlecchino è per il Piccolo.

Danilo Caravà

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