Recensione: “Sogno di una notte di mezza estate” diretto da Filippo Renda

sogno di una notte di mezza estate

Dopo Il mercante di Venezia, Il teatro Fontana concede a Idiot Savant una nuova possibilità di cimentarsi con il bardo. Questa volta Filippo Renda è alla prova sul Sogno di una notte di mezza estate. Che dire. Bravo William, capace di scrivere una commedia che tiene in sé l’androginia, la rivolta dei figli contro i padri, la violenza degli stessi dei padri che si impadroniscono con la forza delle mogli, e che con la violenza minacciano di rispondere alla rivolta dei figli.

Una commedia anomala questa, per chi conosce l’opera di Shakespeare. Anomala perché apre porte interpretative anche sul regno dell’oscurità, del demoniaco. Un regno che rende concreta, nei demoni che lo animano, l’incapacità dell’essere umano di decidere autonomamente, inconsapevole del fatto che le sue scelte siano in qualche modo sempre condizionate da forze esterne. Rimane interessante infatti la scelta di tingere il regno della foresta con una forte nota di inquietudine, emanata sui mortali, dipinti come esseri piccoli in preda al gioco dei demoni notturni, ben giocati dal cast.

Il giovane regista, nella sua nota, scrive che “la foresta è qui un luogo oscuro, in cui le sovrastrutture umane sono bandite, in cui non si obbedisce alla legge e l’androginia, l’ambiguità di genere regnano sovrane”, e fornisce sicuramente uno spunto interessantissimo di riflessione. Tanto quanto quello di fornire allo spettatore, prossimo a sedersi in sala, come contesto di ambientazione quello di una Londra dei tardi anni ’70 in cui si rispondeva all’autorità costituita dei padri a suon di glam rock, punk rock, creste alte, lattine di birra, ombretto, trucco evidente e glitter. Un momento di tensione e di collasso della società non solo londinese. Insomma le aspettative sono alte. Ci si aspetterebbe un atteggiamento punk anche nei confronti del testo stesso.

Eppure.
Le cose interessanti si fermano qui dal momento che delle aspettative generate dalla nota registica appare decisamente poco, e anche il resto a vedersi risulta poco innovativo. Per essere chiari, se sparisce il contesto anche l’azione perde giocoforza efficacia, e quindi, alla prova finale, risultano poco motivate le inversioni di ruolo uomo/donna tra Titania e Oberon, tra Puck e Fiordipisello.

Del punk, del glam e della Londra di quegli anni, dal momento che nell’adattamento drammaturgico non si è scelto veramente di ricontestualizzare la storia originale, rimangono solo l’abbigliamento di Lisandro e Ermia, mentre a livello scenografico si gioca soprattutto in una foresta molto dark, più interessante per la costruzione estetica (bella la scelta di costruire una divisione tra inferi e mondo dei vivi) che per il sostegno fornito all’economia generale dello spettacolo. E anche se la musica ha influenzato, da sempre nell’ultimo secolo, il modo di pensare dei giovani nei confronti dei padri, è comunque poco presente. Succedeva con il twist negli anni 50, succedeva con il punk negli anni 70 e succede, purtroppo, oggi con la musica trap. Bisogna farci i conti. Erano, quelli del punk londinese, anni in cui nel resto d’Europa gli studenti iniziavano a lanciare molotov sulla polizia e in Italia già i bombaroli erano operanti da un pezzo. Si sarebbe potuto andare molto più a fondo, mentre l’impressione è che si sia voluto mettere in scena un classico, conservandolo il più possibile nella sua integrità ma con la sola pretesa di cambiarne la carrozzeria.

Il risultato sono centoquaranta minuti in cui il ritmo cambia raramente, in cui lo spazio scenico non è definito se non dalla presenza di attori generosi, ma lasciati abbastanza soli a cercare di reggere, con non poche difficoltà, una scelta di allestimento più chiara a livello ideale che non, forse, livello pragmatico. Buona l’idea.

Dario Del Vecchio

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