Recensione: “Sogni liquidi”

sogni liquidi

Stavolta non si festeggia berkoffianamente il Natale di Harry, ma il compleanno di Giovanna, è la sua festa, e se vorrà, piangerà o riderà, puntando i piedi con la voce, come nella canzone di Lesley Gore, con i pugni di Bellocchio ben stretti nelle tasche, ben serrati per tallonare il pubblico con dei veloci uno due, affinché i giudici le possano dare una vittoria ai punti in questo match esistenziale. Arrivata a festeggiare i 40 anni, si inventa un Virgilio fatto di un’ironia intelligente, corrosiva, perché la diritta via la si vuole scientemente smarrire, perché il paesaggio della vita scorre meglio, se la strada è fatta di tornanti, e ci si può raccontare facendo il giro del mondo, e vale la pena farlo. Soffia i suoi soffiati la protagonista sulle candeline della vita, ed invece di spegnerle, le accende ulteriormente, rende generoso il fuoco di quegli anni.

Memore della lezione del teatro di Brook, sa che basta poco perché il teatro viva, un pubblico, un palcoscenico ed un attrice che, al pari di Krishna, ha in bocca tutto un universo da raccontare alla platea, che rimane stupita e trasognata, come la Yasoda del mito, verificando che nell’interprete c è qualcosa che trascende l’umano, un essenza che si fa hegelianamente coscienza, che apprende se stessa con quel gesto, aprendosi fonema dopo fonema ad ogni singolo spettatore. Cinzia Brugnola, da esperta bombarola, fa esplodere la sua vis comica nell’ordigno piazzato sotto ogni sedia della platea, abile stand up comedian tiene il pubblico, lo mesmerizza, usa un talking blues, un recitativo che ha un ideale slide sul dito della laringe, per glissare sulla chitarra cruda di Robert Johnson, passando con facilità dalle note della comicità a quelle dell’anima, che si fanno serie. Riesce ad essere un perfetto Giano bifronte che mostra, senza sconti o paura, anche il dark side of the moon, e l’odore sartriano dell’esistenza che precede fatalmente l’essere, che fa venire il fiato corto al pensiero per star dietro a quel finestrino ferroviario della vita a cui si fa fatica a stare dietro.

La protagonista vive lo scorno di Achille a cui quella tartaruga, quel destino beffardo, sta necessariamente là, a meno di un passo magari, ma sempre davanti, per quanto possa correre veloce. E tutto questo lo fa con estrema naturalezza, dando alla sua recitazione il profumo del lievito, del pane appena sfornato, l’aroma della quotidianità che più ci è familiare, la ricerca del lavoro che sempre più si mitologizza come la cerca del Graal, la voglia incompleta, ambigua come il sorriso della Gioconda, di diventare genitore, mentre l’orologio del Bianconiglio ormonale continua implacabilmente a fare tictac tictac, a ricordarci che è tardi, non da ora, ma da sempre, che la vita vive in ritardo su stessa in ogni singolo istante. Balla Giò, balla la sua taranta esistenziale, e, come nella poesia di Jim Morrison, si sbarazza della sfida con una scrollata, con un gesto semplice, ma di una semplicità raggiunta con fatica, al pari di un oggetto di alta oreficeria limato e lucidato al punto da restituire alla platea la luce del faro che lo investe in forma di brillio fonetico. Torreggia l’attrice in scena, si annuncia da subito al pubblico in tutta la sua verticalità, un agile pertica che ha in cima una criniera irrequieta, sembra fatta apposta per diventare una sorta di stilo, di penna stilografica sottile, pronta a vergare, con un’incessante coreografia di gesti, sul foglio banco della quarta parete, dei grafemi che scorrono incessantemente, che hanno tutta l’urgenza di fasi magma, bollente flusso di coscienza che scotta sulla pelle dello spettatore.

Ti aggancia Giovanna con una risata, ti fa complice, correo del vivere, e poi ti mostra all’improvviso, dietro all’angolo del racconto, le verità più scomode, quei momenti di sovrappensiero, quegli istanti in cui il pasto del vivere appare nudo sulla forchetta, proprio un attimo prima che venga masticato insieme agli altri, ci fa sentire come possano sapere di sale certe sensazioni, che non vogliono andare ne su ne giù, fanno da tappo, e se ne stanno lì tra noi e tutto il mondo, per lasciare solo una struggente voglia di liberazione. Cinzia Brugnola ha la capacità di dirci il sentire, di raccontare l’emozione superando il filtro del linguaggio, sottolineando l’interlinea delle battute, lasciando in una pausa la vertigine di un profondo spazio che non ha nulla da invidiare all’abisso evocato da Nietzsche. E’ anche e soprattutto ventre e pancia il suo racconto, e proprio per questo i suoi “sguardi in camera” riescono a creare un’empatia immediata con la platea, non si può fare a meno di sentirsi suoi complici, non si può evitare di prenderla per mano e seguire il passo della sua narrazione fino alla fine, fino ad un urlo ginsberghiano che scuote il palazzo della stanca abitudine, del torpore, della vita sonnecchiante, fino alle sue fondamenta. La sintesi più efficace di questa piece la si trova già nella felice intuizione del titolo, “sogni liquidi”, la capacità di rendere visibile l’invisibile, di trattare l’onirico come cosa salda, di fare letteralmente toccare con mano allo spettatore il mondo così come appare dal di dentro di una coscienza, di rendere l’anima un vapore umido che si fa sensazione sulla pelle.

Danilo Caravà

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