Recensione: “Si nota all’imbrunire”

Si nota all'imbrunire
foto Claudia Pajewski

Si nota all’imbrunire, scritto e diretto da Lucia Calamaro, ritorna nella stagione del Teatro Franco Parenti dal 7 al 17 novembre, dopo il successo riscontrato lo scorso anno. Insieme alla drammaturga e regista, dunque, tornano le tematiche più urgenti della contemporaneità raccontate attraverso una sorta di realismo poetico che caratterizza molti dei suoi spettacoli. La scrittura scenica dell’autrice, infatti, sembra nascere per essere letta tra le labbra degli interpreti: parole come corpi vaporosi che si formano all’unione del respiro con la voce, poi il ritmo e il suono, escono dalla bocca e, in fila davanti agli occhi dello spettatore, occupano uno spazio, un esserci nell’essere dette che non è affatto scontato.

La pièce ha per protagonista la solitudine di Silvio, vedovo da dieci anni, che nella sua casa di campagna attende l’arrivo dei figli e del fratello in occasione dell’annuale commemorazione della moglie, nonché del suo compleanno che cade un giorno prima. Questa figura d’uomo, marginale a se stesso, distaccato ormai da anni dal flusso indistinto che è la vita, dal tempo degli altri, è costantemente in bilico tra il dire e il detto o il mai più, come se ogni fila di sillabe, anche la più alta o la più sincera, restasse impigliata nel dentro, come se nascesse già sapendo di morire un attimo dopo. Silvio è le sue parole, ma la condizione d’esistenza opposta si è inceppata: per dirsi bisogna che le parole dicano, escano, siano indirizzate e consegnate ed è questa la nuova disabilità della mente dell’individuo contemporaneo, come del protagonista della pièce. Se c’è una cosa che riesce bene a quest’uomo, a questo padre in pensione genitoriale, dopo anni di allenamento, senza più fatica né dolore, è il farsi sera, abbandonarsi al buio di un giorno che si ripete senza albeggiare.

Ciascun dialogo tra i personaggi non ha che la forma di un ricordo, di un’evanescente rievocazione di un “tempo in cui non saremo mai più”, per citare Annie Ernaux. Questo perchè la tattica di allontanamento che è divenuta l’unica pratica dell’esistere di Silvio ha preso il sopravvento su ogni relazione o possibilità di incontro nella sua vita, che siano i suoi figli o un’ipotetica nuova donna; anche quando si rivolge alla moglie non è per raccontare “chi sono” ma per ricordare “chi ero con te”. E in questa schizofrenia della solitudine, in questa scissione del dir/si il Sé non raggiunge l’Altro, l’Altro lo sfiora appena, anzi l’Altro non c’è più e lo spazio è riempito solo da infrante possibilità di comunicazione, che si urtano “tra me e me”.

Silvio Orlando, unico interprete immaginabile di questo personaggio che porta il suo nome, riesce nella complicata operazione della credibilità emotiva: essere l’attore ed essere il personaggio non ha più importanza, perchè tutto ciò che non rientra nel capo-giro delle parole di un dolore, di una sofferenza come la sua, non si degna d’apparire sulla scena. Seppur le altre interpretazioni spesso vengano schiacciate dalla potenza comunicativa del personaggio-attore protagonista e sebbene il testo risulti in più punti insolitamente prosaico, dando un nome e un pensiero a qualsiasi cosa e togliendo significato, a tratti, al silenzio, è indubbio che ancora una volta la drammaturga abbia avuto la straordinaria capacità di entrare nel sentire dei suoi personaggi, senza cercargli le parole, ma trovandole lì addosso a loro; ciò che potrebbe, invece, disturbare la fruizione dello spettacolo è forse la poca fluidità del procedimento drammaturgico, che tuttavia riesce ad ovviare ad alcuni passaggi macchinosi, estremamente poetico-filosofici, attraverso l’ironia, la creazione di situazioni e battute sagaci, a volte prevedibili e altre meravigliosamente autentiche nel loro generare sorrisi.

Si nota all’imbrunire forse, perché, ad ogni venuta della sera l’anima si ammorbidisce rispetto alla rigida coltre della realtà quotidiana; Silvio assume dentro di sé i colori del cielo solo in una gamma di grigio-arancione che rispecchi il tramonto della sua esistenza da uomo solo; ed è una solitudine, la sua, che cerca in sé stesso quello che solo gli altri potrebbero dargli e, proprio sapendolo, vi rinuncia. Allora non resta che farsi sera, appunto, sfumarsi nell’immagine, nascondersi nelle parole, non dire, non farsi sapere. Essere di sé solo un quindici per cento, quel poco che basta al respiro, una trincea vuota che ha evitato la guerra, non l’ha né vinta né persa perchè non esiste conflitto che non comprenda l’Altro e non c’è resa peggiore di chi rinuncia alla battaglia. Silvio il dolore lo nomina, se lo porta dietro come una camicia da notte, ma non lo indossa, non lo consuma. Resta involuto, inespresso, inabitato.

Giuseppe Pipino

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