Recensione: “Sei. E dunque, perchè si fa meraviglia di noi?”

sei e dunque

“ […] Immagini per dei personaggi la disgrazia che le ho detto, d’esser nati vivi dalla fantasia d’un autore che abbia voluto poi negar loro la vita, e mi dica se questi personaggi lasciati così, vivi e senza vita, non han ragione di mettersi a fare quel che stiamo facendo ora qua davanti a loro, dopo averlo fatto a lungo, a lungo, creda…”. Sei. Sei i personaggi protagonisti (in potenza) dell’opera pirandelliana, tra cui Il Padre che in queste parole condensa il senso dell’intera operazione, di quel lungimirante sfregio che il grande autore agrigentino rivolse negli anni ’20 al panorama teatrale italiano (o internazionale). Roberto Latini decostruisce l’opera incanalando i Sei nella sola persona di PierGiuseppe Di Tanno (Premio Ubu 2018 miglior attore under 35), potente ed eclettico.

Una scena essenziale che si fa prepotentemente corpo, corpo in bilico, in equilibrio, in vorticosa crisi d’identità. L’attore è posizionato su un parallelepipedo di metallo con base rettangolare, una sorta di palchetto di ferro, da cui lancia la sua recita e strepita e muta e sperimenta l’impossibilità per poi giocarci, esperisce l’inconsistenza e se la ride. È una fiera teatrale che combatte col teatro e con sé stessa, in quanto personaggio tra i personaggi, in quanto orfano di pienezza e sente solo vuoto, vuoto attorno, vuoto nelle parole, nella posa, nel gesto enfatico, nel movimento studiato. E quando la commedia sembra non rivelare più sorprese, quando il “giuoco delle parti” della fiera sembra essersi esaurito, allora buio, parole sospese, sonorità, il Teatro ritorna a mostrare se stesso oltre l’uomo per poi ri-accoglierlo nella parte finale, in una vasca funerea riempita di schiuma e in cui la bestia celebra la morte della finzione, la morte della realtà. E la vita, a questo punto, dove si colloca? E il Teatro?

Qual è il senso ultimo dell’operazione di Roberto Latini? O meglio, qual è stato il senso primo, la necessità primordiale dell’intero spettacolo? Forse non è così evidente, probabilmente non è importante saperlo, ma si percepisce meno cuore del solito in questa intenzione scenica. Da Amleto + Die Fortinbrasmaschine al Cantico dei Cantici, il regista/attore/autore ci ha abituati ad una carica emotiva ed emozionante strettamente legate ad un procedimento sconvolgente, e a tratti scandaloso, che interessava le opere di partenza, per restituire allo spettatore una voce inedita e potente che sostava inascoltata nei testi degli spettacoli sopracitati. Questa volta, questa voce risulta più flebile. La poetica di Latini è comunque ben presente così come la ricorrente partitura scenica e drammaturgica caratteristiche del suo Teatro (un microfono calato poca sopra la testa dell’attore, l’animalità del personaggio, l’onirica ironia e l’importanza del dire oltre le parole, ecc..) che Di Tanno abita con un talento straordinario consistente anche nel saperne uscire a piacimento. All’attore premio Ubu va il merito di darsi in una maniera estremamente profonda, quasi un’immolazione per la causa che ottiene il risultato di avere gli occhi degli spettatori piantati su ogni superficie pulsante del suo corpo. Corpo che parla, che recita, che vive la finzione e muore con la realtà.

Ci si chiede se nella società dell’iper-mostrazione di sé che viaggia parallelamente ad un iper-nascondimento dell’io, nell’atmosfera mediatica che mediatizza ogni sfumatura della realtà causando la scomparsa dei referenti e la commedia degli ologrammi, delle finzioni ben vissute, nell’attuale “società della trasparenza” (di cui parla il filosofo Byung-chul Han) in cui tutto è condivisibile e raccontabile al fronte di un niente di realmente condiviso e raccontato, quel Pirandello dei Sei non suoni come un ammonimento quanto mai attuale, come uno scandalo antico che avrebbe dovuto salvarci dall’oggi. E, ancora, ci si chiede se Latini avesse potuto salvare la dimensione scandalosa del dramma/non-dramma dei Sei per restituircela con più forza e, in qualche modo, sconvolgerci, provocarci, come ha sempre fatto, come tornerà a fare.

“Vorrei saper la musica per esprimere, senz’essere inteso da nessuno, neppure da te, tutto questo tumulto di vita che mi gonfia l’anima e il cuore […]” scriveva Pirandello in una lettera a Marta Abba nel luglio del 1928. Ecco che anche dalle sue parole più intime è possibile ricavare una lezione di necessità del Fare Teatro: gettarsi nel tumulto della propria interiorità e guidarlo a travolgere gli spettatori, senza la pretesa di essere “intesi” o la paura di esser respinti, ma per donarsi e sfogarsi e, da qualche cosa oltre che da noi stessi, liberarsi.

Giuseppe Pipino

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