Recensione: “Se non sporca il mio pavimento (un melò)”

pavimento

Un interno di casa dai colori sbiaditi. Il bianco delle favole chiazzato di toni pastello. Un letto, uno specchio, un piccolo tavolo, due corpi seminudi riversi in proscenio. Si schiudono dal baccello in cui erano avvolti, raggomitolati su loro stessi come questa storia che prende il titolo da un dialogo di Heiner Muller.
UNO: Posso gettare ai suoi piedi il mio cuore?
DUE: Se non sporca il mio pavimento.

Al Teatro Filodrammatici Giuliano Scarpinato porta in scena la sua versione del delitto Rosboch, che nel 2016 scuoteva le pagine di cronaca nera dei nostri quotidiani. A scuotere le coscienze qui ci pensa la normalità di tre esistenze che vivono in un mèlo di provincia al suono di hit pop danzate come riti bacchici che fanno uscire dal corpo dei protagonisti le sfumature più nefaste delle loro anime. Alessio, Michele Degirolamo, l’adolescente disinibito che non conosce altro valore oltre i confini del proprio corpo, che tutto può comprare ma non col sudore della sua fronte. Nemmeno l’abbandono da parte del padre e una madre inesistente riescono a giustificare la ferocia delle sue azioni, l’opportunismo con cui si concede a Cosimo, Gabriele Benedetti, parrucchiere innamorato di quella pelle molto più giovane della sua, della crisi cui sempre lo costringe la fuga dell’amato, innamorato solo dell’abbandono e dei guaiti della sua memoria, compresi quelli del cane ormai morto da cui non riesce ad allontanarsi. Mesta e arrendevole è anche la voce di Gioia, Francesca Turrini, all’anagrafe una donna, a un rapido sguardo parapsicologico una bambina, insicura, mai fiorita, che non ha altra aspirazione se non adempiere al suo ruolo di insegnante nello stesso modo con cui affronta la vita, ossequioso nei confronti di leggi terrene o divine a cui mai muoverebbe un’obiezione. Sopra la sua testa, come la nuvola del pensiero nei fumetti, appare a più riprese in videoproiezione la madre, Beatrice Schiros, voce della coscienza, che niente vede ma tutto sa, di quella figlia mal cresciuta sotto il peso opprimente della sua presenza.

Impossibile immedesimarsi con i protagonisti di questa storia perché tutti rigonfi e slabbrati, portati all’eccesso dei loro connotati. Archetipi mitologici dichiara Scarpinato nelle note di regia, Gioia e Alessio come Eco e Narciso, l’amore che distrugge chi non vede il proprio amore riconosciuto. Ma in Se non sporca il mio pavimento l’amore è riconosciuto eccome, nell’anima vergine di Gioia e nell’incapacità di distinguere il male in cui già vive, in un male ancora più grande: il ragazzino che la inganna, che la fa volteggiare sulle note di I will always love you trascinando anche lo spettatore nell’unico sprazzo di sognante leggerezza. Narciso è cieco, Alessio invece ci vede benissimo, e Michele Degirolamo rende ancora più stridulo un personaggio che già di per sé non ha aderenza con il reale perché manca di lati luminosi a contrasto con il nero della sua ferocia. Contrasto sottolineato dalla sincerità dell’interpretazione di Francesca Turrini che dipinge a piccole pennellate i contorni di un personaggio che rischiava di rimanere bidimensionale.

Agli exploit musicali che irrompono nella linearità del racconto, scritto dal regista a quattro mani con Gioia Salvatori, il merito di aprire rapidi affacci di suggestione sulla piattezza del quotidiano. Efficaci allo stesso modo, per l’incisività nell’interruzione del piano narrativo che troppo rimane ancorato a uno stile prevedibilmente realistico e alla pagina di cronaca, sono i video di Daniele Salaris, già visti nel precedente lavoro Fa’afafine ma più vicini in questo caso a un’allucinazione noir. Toni oscuri che riescono a farsi quasi poetici nel finale in cui ancora una volta lo spettatore è condotto attraverso la musica, dondolato in questo sogno opprimente di cui già conosce il finale e in cui nemmeno per un istante gli viene concessa la speranza di un risveglio salvifico.

Alessandra Pace

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