Recensione: “Schwanengesang D744”

Schwanengesang

Nel mare magnum che la commistione di arti sta generando, definire cosa sia teatro o meno ha ancora senso? Come dimostra il lavoro del regista Romeo Castellucci il confine tra i linguaggi è sempre più sottile. In questo nuovo progetto Schwanengesang D744, tradotto “Il canto del cigno”, mette in scena un quadro vivo composto in modo visivamente magistrale e solo apparentemente minimalista.
Andato in scena al Teatro Triennale di Milano dall’1 al 3 di febbraio, mette in crisi lo spettatore sfidandolo come solo lui sa fare. La linea guida nasce dall’omonima raccolta di Lied di Franz Schubert, composizioni poetiche e brevi nate in contrapposizione a quelle beethoveniane. Questa differenza nasceva dal fatto che dovevano racchiudere in sé i principi più profondi del Romanticismo tedesco. Una diretta conseguenza dello Sturm und drang che però non fa esplodere esternamente il turbinio delle emozioni ma le comprime all’interno, in composizioni intimistiche nate per essere più vissute che condivise, se non indirettamente. Anche per questo venivano interpretate esclusivamente in circoli ristretti.

SCHWANENGESANG

Come piangendo mi lamento del senso di morte
che pervade tutte le mie membra,
come cantando ripropongo il senso di rinascere
che, redendomi, o spirito, a lui mi conduce.
Egli piangeva, egli cantava,
il timore dell’annientamento,
la speranza della redenzione,
fin quando la vita l’abbandonò.
Questo intende dire il canto del cigno.

Questa premessa credo sia molto importante per permettere al testimone che si appresta a confrontarsi con questo lavoro di comprenderne l’aspetto più introspettivo e la totale eliminazione di qualsisia convenzione scenica. Il palco è spoglio, segnato solo da sprazzi di luce che fanno intravedere il mare di plastica nera che lo riveste. Il pianista, Alain Franco, entra in scena in silenzio e si prepara per iniziare come si fa prima di una messa. Poco dopo entra la soprano Kerstin Avemo vestita con un tailleur azzurro spento. Elegante ma senza eccessi. Si posiziona al centro del proscenio anche lei in rigoroso silenzio, concentrata.
Il tutto si dirime come può succedere in un salotto di anime affini che nella notte sono pronti a condividere una esecuzione che fa da perno ai fantasmi della donna che, come durante una maratona, cerca di contenere il fiume che le si genera all’interno. Alla sua fissità scenica contrasta il delicato andamento della luce che tramonta sulla sua figura oscurandone il busto. Il canto è come una nenia che si ripete provando sempre di più la sua interpretazione a tal punto da doversi fermare incapace di contenere un pianto disperato che spezza il muro tra attore e spettatore. Come fosse tra pari e amici, chiede scusa per la sua fragilità e ricomincia. Questo muro si rompe a tal punto da astrarre completamente e, definitivamente, la scena dal qualsiasi contesto riconducibile per diventare un vero e proprio sguardo dentro l’interiorità dell’artista che arriva a trascendere fino al suo archetipo. Il tempo è lento, sospeso. Solo un lampo di luce arriva a scuotere il torpore ipnotico, quando ormai l’artista cessa di esistere insieme alla fine dell’opera di cui faceva parte per rinascere insieme lei.

La profondità della ricerca e, l’accuratezza della messa in scena, arrivano a un livello di sintesi e delicatezza tale da poter essere tranquillamente affine all’opera cinematografica vorace di un breve momento di verità autentico e sfuggente.
Il paradosso di questo lavoro sta proprio nella sua profondità, talmente interiorizzata che, per lo spettatore, può diventare quasi fredda, distante.
In questo senso non c’è nessun desiderio di compiacimento, nessuna attenuante a un momento posto sul palcoscenico in tutta la sua semplice complessità.

Michele Ciardulli

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