Recensione: “Scavi”

scavi

La paura di dimenticare, dimenticare ciò che è stato, il percorso fatto per arrivare a essere ciò che si è, dimenticarsi letteralmente, dimenticare il sé. Un artista deve sentirlo premere costantemente questo pensiero alle periferie della sua memoria, e il pensiero stesso a sua volta, senza dubbio scalcia e strepita per farsi vivo. Si direbbe essere questa la motivazione che sta alla base di Scavi di Deflorian/Tagliarini: l’ansia da prestazione di una prestazione già conclusa, il bisogno di riafferrarla e scandagliarla. In questo caso rappresentata dallo spettacolo Quasi Niente, punta dell’iceberg di una ricerca che prende il via a partire da Il Deserto rosso di Antonioni.

Francesco Alberici, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini aprono le porte al pubblico in attesa, li invitano ad accomodarsi sulle sedie disposte in un ordine apparentemente casuale, più o meno circolare, un’arena scomposta in cui chiunque ha nel proprio campo visivo la gran parte degli altri spettatori. E l’aria da performance piomba immediatamente nello spazio. Si procede per ciak, scene che si avvicendano senza necessariamente configurare una dopo l’altra la sequenza cronologica effettiva degli avvenimenti. Patchwork di ricordi, riferimenti, letture che schiudendosi svelano minuscole verità esistenziali connesse ai più grandi temi trattati da Antonioni nel film, dagli stessi autori nel precedente spettacolo. Perché allora svelarne i segreti, viene da chiedersi, se sappiamo quello che da spettatori ci è già stato concesso di sapere. Dare valore allo sguardo esterno del pubblico in una riflessione che se pur performativa vive dentro una struttura codificata e compiuta, non sembra essere la risposta giusta. Avvicinare lo sguardo forse lo è, ruotare gli obiettivi del microscopio per lasciare che qualcuno scopra, uno per uno, i retroscena di un processo creativo. L’ordine e il caso che influenzano la costruzione di un pensiero fino a farne opera d’arte.

Dagli appunti di Antonioni, al dietro le quinte della sua relazione con Monica Vitti che nel film interpreta Giuliana, una donna sull’orlo di un precipizio avvolto nella nebbia, la stessa che ognuno può sperimentare quando procedendo sulla linea retta della buona condotta non vede, inciampando, di aver messo un piede in fallo, ed è ormai troppo tardi quando la vista si schiarisce e svela strade dissestate e gambe zoppicanti. E in quella strada sconnessa ricavarne un senso, a questo si assiste ruotando la testa un po’ qua un po’ là, un po’ come alle partite di tennis, per non perdere nemmeno uno dei palleggi di ricordi che le voci dei performer tentano di ricostruire. Si vive per un’ora nel desidero di ripercorrere cause ed effetti, come in una seduta psicologica collettiva, tutto bianco intorno, niente suoni, niente musiche, luce fissa, niente che possa distrarre dalla voce interiore imperante che tormentando sembra dirci siamo esseri finiti e finiremo, il futuro non ci appartiene, aggrappiamoci al passato.

Sì, un artista deve sentirlo premere costantemente questo pensiero alle periferie della sua memoria per non poter godere mai del tutto di un’opera finita, per tenere a mente che quella è la risultante di scavi e di scarti lasciati cadere più o meno dolorosamente durante il cammino. Eppure il cammino procede, zoppicanti o amputati siamo esseri finiti che avanzano consapevoli verso la fine. Forse arriveremo all’uscita portando addosso Quasi Niente, e forse in quel caso ci sentiremo più leggeri.

Alessandra Pace

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