Recensione: “Sacrificio di primavera”

sacrificio di primavera

“La madre mette si mette al mondo da sola”

C’è una sorta di quintessenza del femminile in “Sacrificio di primavera” del collettivo She She pop, una volontà di conoscere ed esplorare con esattezza anatomica quello spazio, fatalmente uterino, che caratterizza l’essere donna, la vis generandi, l’istinto materno. Ecco dunque che le quattro protagoniste decidono di raccontare e raccontarsi accompagnate dalle proiezioni delle loro autentiche madri su quattro teli. Decidono scientemente di utilizzare questa situazione, questo reagente freudiano per far innescare la reazione chimico-teatrale sul palcoscenico.

Il fil rouge è costituito dalla sagra della Primavera di Igor Stravinsky, che regala al lavoro teatrale una robusta architettura drammaturgica, e permette alle performer di capitalizzare le energie interpretative sul tema del sacrificio, qui espresso e raccontato in una dimensione squisitamente famigliare, sociale. In un senso etimologico, atavico, questo sacrificio è letteralmente l’atto con cui si rende sacro il ventre della madre, che fatalmente diventa la scena stessa.

Le protagoniste, dal racconto documentaristico del rapporto con il loro genitore, con agilità passano a momenti coreutici, con cui fecondano gioiosamente lo spazio scenico, sembrano voler ricercare, aiutate dalla musica del compositore russo, una forma primigenia di teatro, un modo di narrarsi prima di tutto attraverso il corpo, mediante movimenti che diventano grafemi di una loro originalissima scrittura scenica. Utilizzano una personale forma di sprach-und-sang in grado di donare ai loro gesti una livresse che aiuta lo spettatore a condividere l’atto scenico, e partecipare al particolare rito.

Le madri sono catturate nella loro dimensione immediata, nell’istantanea dello stupore esistenziale dello scoprirsi involontariamente attrici, gettate come immagini sulla scena, al pari della conchiglia sartriana sulla spiaggia. Conquistano immediatamente una dimensione ludica, battono sulla sedia il ritmo pressante di Stravinsky, e danno il meglio di sé in sorrisi, dolci, essenziali, che meglio di ogni altro gesto fotografano la loro condizioni di madri, il loro mettere al mondo il mondo, ed insieme ad esso la loro genitorialità. Ma le protagoniste si relazionano con l’immagine della madre, con il suo simulacro.

Il collettivo riesce così ad esprimere, con una bella idea multimediale, il difficile e complesso rapporto con il materno, filtrato attraverso la dimensione fenomenologica della relazione, ovvero mediante la soggettività della figlia, impossibilitata a coglierne la noumenicità, il suo essere-in-sé. I momenti di sovraimpressioni delle immagini delle figlie con le madri hanno tutto il sapore di un interessante esperimento di terapia psicanalitica iconografica, in cui si crea una sorta di figura androgina, di cinematografica dissolvenza incrociata di volti, alla ricerca affannosa di un’anima comune dietro una bergmaniana persona. Sembra di vedere un’Elettra contemporanea, moltiplicata per quattro, che mette in scena il suo gioco ambiguo di complicità, di attrazione/repulsione con Clitennestra, a cui il lutto non si addice perché il nero le sfinerebbe troppo la coscienza. La lingua dello spettacolo è quella delle interpreti, il tedesco, e su uno schermo posto in alto scorrono in italiano tutte le battute, tuttavia è rara e preziosa l’occasione di abbandonarsi ad una dimensione immediata del linguaggio, materica. Una lingua apparentemente dura, aspra, fatta di crepitii e clangori della fucina di Efesto, sa insospettatamente farsi poesia nei soffiati delle attrici. E’ raro leggere in un progetto una passione così intensa, una volontà così accesa di costruire un momento di condivisione, una performance scenica che abbia la caratteristica di unicità, di un tratto distintivo in grado di garantire alla forma teatrale l’unica possibile riproducibilità dello stesso.

Danilo Caravà

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