Recensione: “Road Movie”

road movie
foto Manuele Scrima

Buio in scena. Rumore di passi dai quali si percepisce una dissonanza tra piede destro e sinistro. Luce. Un occhio di bue illumina l’attore: indossa una camicia, una maglietta, dei pantaloni e due scarpe, una diversa dall’altra.

Inizia così Road Movie, testo teatrale di Godfrey Hamilton che racconta di un viaggio attraverso l’America degli anni ’90, intriso di paure, di malattia, di perdita ma anche di amore, coraggio e voglia di rivincita.
Solo in scena, Angelo Di Genio, con una carica emotiva eccezionale, guidato dalla regia di Sandro Mabellini, fa rivivere davanti agli occhi degli spettatori la storia di Joel e del viaggio coast to coast che intraprende da New York a San Francisco per rivedere Scott, ragazzo conosciuto per caso dopo una notte di eccessi.

Il testo di Godfrey Hamilton, pubblicato nel 1996, è manifesto di una generazione: lo stile anni ’90 con cui Hamilton si esprime viene mantenuto sia da Mabellini nell’intenzione registica sia da Di Genio nell’interpretazione attoriale così da riuscire ad evitare un possibile effetto anacronistico.

Joel è il protagonista cui è affidata la narrazione, è il “sopravvissuto”, un trentenne newyorkese arrabbiato, impaurito e alla ricerca disperata d’amore.
Scott, invece, vive vicino a San Francisco ed è un poeta. Vive l’attimo, è istintivo e generoso. Si innamora di Joel e gli insegna a lasciarsi andare, a vivere senza rimorsi e senza lasciarsi dietro situazioni irrisolte. Porta al polso una targhetta sopra la quale è inciso il nome di un disperso in Vietnam, un tenente colonnello. Oggi, dice Scott, anche se la guerra è finita, è importante conservare la memoria di chi non è mai tornato a casa.

Per questi caduti sono stati costruiti monumenti ma, per le vittime della guerra che affligge la loro generazione, nessuno costruirà mai memoriali. “Noi non ce lo meritiamo un monumento. Penso che dovremmo costruircelo da soli perché nessuno lo farà per noi”. E la guerra di cui parla Scott e che tanti ragazzi combattono e perdono, è silenziosa e più subdola ma ugualmente terribile: l’AIDS.

La storia viene raccontata sulle note di Daniele Rotella interpretate dal vivo dal violoncellista e pianista Antony Kevin Montanari. La musica accompagna, interagisce e, a volte, sembra quasi impersonare Scott e tutti gli altri personaggi che Joel incontra lungo il suo viaggio: Madiva, una “egoista illuminata”, che distribuisce preservativi per contribuire alla lotta contro la malattia dopo che il figlio è morto per colpa dell’AIDS, Myra, che ha perso la figlia tossica suicida a 20 anni, e Dharma, una ragazzina hippie triste e fragile che aggiunge un piercing al suo volto per ogni amico morto di AIDS.
È da quest’ultima che Joel apprende della morte di Scott, ennesima vittima di una guerra silenziosa verso la quale sembra non esserci scampo.

Angelo Di Genio in questo spettacolo è spiazzante: solo in scena, sembra costantemente sdoppiarsi, assumere atteggiamenti e forme diverse senza perdere per un solo istante ritmo o credibilità. Le due scarpe spaiate rappresentano dunque anche questa duplicità, oltre che un senso di disequilibrio che il protagonista deve ricomporre scena dopo scena.
Di Genio porta inoltre dentro di sé la piena consapevolezza del valore civico che questa messa in scena vuole rappresentare e la manifesta con grande convinzione e determinazione.
Dai tempi di questa storia ad oggi, tanto si è fatto per informare e curare una malattia che da sola ha mietuto milioni di vittime in tutto il mondo. L’informazione e la prevenzione sono ancora fondamentali per contrastare il virus che, fortunatamente, ora è possibile tenere sotto controllo grazie a nuovi trattamenti.

“Qualcuno”, dice Scott a Joel, “in un tempo futuro penserà a noi”. Ebbene quel tempo sembra arrivato. Facendo tesoro di questa storia e continuando ad averne memoria si può davvero tentare di debellare non solo il virus ma anche il pregiudizio e la scarsa informazione rispetto a questi temi.

Valentina Dall’Ara

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