Recensione: “Ri-chiamerolla Milano”

foto antonio occhiuto

Certo è piacevole, Goethe ce lo ricorda, ascoltare il modo in cui la voce si arrotonda in canto, e come, ad un certo punto, il parlare, colorandosi via via di emozioni, debba necessariamente traguardare nella melodia, e lo sanno bene i Duperdu, ovvero Marta M. Marangoni e Fabio Wolf. Ci si trova di fronte ad una coppia affiatata al punto che l’uno si lascia respirare dai fiati scenici dell’altro, per scriverla manzonianamente, di quel securo fulmine (di Fabio), tenea dietro il baleno (di Marta). I due omaggiano i Milano, e declinano il loro spettacolo secondo la loro personalissima sensibilità artistica, un’intelligente clownerie si intervalla a momenti di musica, in cui si srotola la storia di Milano, da Belloveso, al drago Tarantasio, passando attraverso la cascina California e Leonardo insieme al suo allievo più ostinatamente con i pugni in tasca, Gian Giacomo Caprotti.

La vocalità di Wolf, screziata da un deciso ma simpatico “ringhio”, nomen omen dunque, grattata nei migliori bar del Giambellino, è piacevolmente contrappuntata dal gorgheggio sicuro della Marangoni, dal suo garrire al vento della battuta, e ancor più della musica. In maniera circense entrambi reinventano il teatro brechtiano, un’epica della Bovisa, delle periferie, che, nella loro geografia invertita, diventano un centro, costruiscono un testo scenico che fa idealmente un divertito girotondo con Grock, e prende per mano metaforicamente, in quel vortice, lo spettatore, invitato a riscoprire il gioco e l’invenzione insieme a loro. Il carro di Tespi ancora fa sentire il cigolio delle sue ruote nello spirito e nella volontà di questi artisti che celiano e si offrono anche e soprattutto nella loro fisicità, nei corpi che si fanno anch’essi strumento di musica. E’ piacevole scoprire, tra il lazzo e la battuta, una celata furtiva lagrima, che è lì, appena dietro un gorgheggio della Marangoni, o una suonata di fisarmonica di Wolf, come uno sguardo velato appena da una serica malinconia, come giusto un Goldoni potrebbe raccontarla di Venezia, una delle ultime sere di carnevale.

In quasi due ore, che filano dritte e veloci come un tgv, i due, che sembrano veramente moltiplicarsi in scena, come sembrerebbe evocare il loro nome di compagnia, non si risparmiano, nemmeno per un attimo, e giocano con la stessa serietà del bimbo, evocato da Nietzsche. Il loro teatro, ossia questa joie de vivre sul palcoscenico, si diffonde in sala al pari dell’aroma inteso di un incenso, animato dal turibolo delle loro migliori intenzioni. Il merito maggiore è forse quello di riportare il teatro alla dimensione più immediata, al racconto giullaresco che si fa commedia in una piazza su quattro tavole, e di proporsi ad un pubblico che ritrova i toni di una risata spontanea, catartica tanto quanto lo sarebbe il pianto. Leonardo Manera punteggia lo spettacolo con interventi video gustosamente esilaranti, in cui si cimenta nel ruolo maieutico di ostetrico di inconsapevole comicità, fatta partorire a diversi passanti di corso Buenos Aires, ognuno di essi ha l’apparenza di uno sbalordito e stranito duchampiano objet trouvé. Pennellata dopo pennellata interpretativa, i due costruiscono insomma la loro tigre grintosa fatta di rustica e sincera milanesità, intelligentemente dipinta con la spontanea naїveté del pittore Ligabue. Viene davvero voglia, a fine spettacolo, di guardare Milano con uno sguardo cosciente, di avere i due artisti come guida per le vie della città, di tenerli a braccetto, e di cantare senza paura o vergogna insieme a loro, perché il canto, parafando Sant’Agostino, è un modo di vivere due volte, è un altro respiro, che si aggiunge al nostro, in grado di produrre, con la più incredibile naturalità e concentrazione, le bolle di sapone della Marangoni sul palcoscenico.

Danilo Caravà

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