Recensione: “ReProduction”

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RePRODUCTION, UNA BOMBA IN ATTESA DI DEFLAGRAZIONE

C’è un’anarchia poeticamente filosofica e provocatoriamente molesta in questo RePRODUCTION della compagnia Phoebe Zeitgeist, in scena al Teatro Fontana.

Filosofica e poetica come lo Zeitgeist, lo spirito del tempo che indica le tendenze culturali di un’epoca, reso famoso dalle lezioni hegeliane e al cui dominio e superamento aspirava Rudolf Steiner, in un’ottimistica ma necessaria fiducia nelle possibilità umane e nel libero arbitrio.
Molesta come un altro Zeitgeist, personaggio Marvel in grado di vomitare acido a comando.
Provocatoria come il fumetto che ha regalato il nome alla compagnia e che anche in questa rappresentazione compare, in fondo al palco, sfogliato di soppiatto da uno degli attori: quella Phoebe Zeit-geist che negli anni ‘60 fece storcere naso, bocca e orecchie a più di un benpensante, girando il mondo completamente nuda, morendo più volte, in modi sempre più brutali, uccisa da nazisti, da gay psicopatici, da calzolai sadici, per poi risorgere miracolosamente appena girata la pagina.
Anarchica come gli autori di quel fumetto che, celandosi dietro ad una storia da facili pruriti per adoscelenti, si prendevano gioco delle origini aristocratiche della protagonista, dei suoi studi in Svizzera, delle sue scarpe Ferragamo sporcandola di fango, di merda, di sangue, infarcendola di raffinatissimi riferimenti letterari e sbigottendo il mondo del fumetto con una presa in giro a 360 gradi delle sue regole e dei suoi luoghi comuni.

Fedeli alla linea, come inconsapevoli sessantottini, i ragazzi del collettivo rendono il più grande omaggio possibile alla musa ispiratrice Phoebe e alle sue costanti resurrezioni, affondando le mani nel tema della riproduzione / riproducibilità, termini da intendersi sia nell’accezione biologica (i figli, ça va sans dire) sia nel parallelo creativo di questa accezione (l’opera d’arte, ovvero una forma di figlio differente). Tema che da tempo invade le nostre abitudini di fruitori artistici, nell’epoca della mercificazione dell’estro creativo, dell’arte a largo consumo e di facile portata, delle performances, di performers pagati male che rifanno performances di altri performers, di opere d’arte pagate una milionata che si autodistruggono pochi istanti dopo l’acquisto, regalando da un lato un gran pernacchio al mondo borghese che affolla le case d’asta e dall’altro una nuova (l’ennesima, sebbene stavolta non riproducibile) performance. Eppure tema non così abituale, sulle assi del palcoscenico, o certamente non abitualmente trattato in stile Phoebe Zeitgeist.

I due filoni della stessa tematica sono qui risolti seguendo due vicende che scorrono parallele. Da una parte troviamo Fratta (Francesca Frigoli), artista con il disperato bisogno di creare una discendenza, al punto che dapprima diventerà madre di un bambolotto Cicciobello, del cui accudimento si rivelerà incapace, per poi sostituirlo, di punto in bianco, con una bambola Barbie. Dall’altra parte si muove la splendida figura di Artyparty (Chiara Verzola), una che “anche quando stende i panni, sta allestendo”, che rinuncerà fermamente alla maternità biologica per concentrarsi su quella artistica. Intorno a loro si muovono alcuni assistenti (Diego Giannettoni, Matteo Giacotto, Davide Gorla), dagli improbabili nomi di wedekindiana ispirazione ma senza la stessa ferocia grottesca, a loro volta pronti a figliare canguri dopo essersi accoppiati con una gazzella e capaci di accettare senza battere ciglio il parto di un bigodino da parte del canguro stesso.

Figlio, figlia, cicciobello, animale, oggetto quotidiano, opera d’arte. Non ha importanza. Tutto ciò che conta è replicare sé stessi, in un modo o nell’altro. Proporre sé al di là di sé, in una sublimazione della vita che possa sopravvivere alla morte. Un atto egotico, un culto di sé che poco ha a che fare con la genitorialità. Lo sanno bene, gli Zeitgeist, che si accaniscono soprattutto contro i padri. Si veda, in tal senso la figura di Lui, l’inutile compagno di Fratta che fugge da ogni senso di responsabilità e che, da un certo punto in poi, scompare del tutto dalla vicenda. E si veda soprattutto la frase chiave dello spettacolo, “i padri sono tutti assenti”, ripetuta più volte, da più attori, spesso accompagnata da pesanti pause di silenzio precedenti e successive all’esposizione, come a sottolinearne la gravità, nei rarissimi momenti in cui, nello spettacolo, si tenta un approccio all’emotività più intima. D’altronde, il superamento del concetto di padre (più inteso come assassinio che non come assenza, a dire il vero) è un altro debito che gli Zeitgeist hanno nei confronti dei movimenti degli anni ’60 e ’70.

Dev’essere un argomento particolarmente caro al regista Giuseppe Isgrò, che già lo aveva inserito in controluce nel bellissimo Malagrazia, visto recentemente all’Elfo, celandolo però in una vicenda completamente differente, nella forma e nello sviluppo, e ribaltando completamente il punto di vista: qui i genitori, là i figli.

reproductionQui gli Zeitgeist tentano un approccio ad una nuova autorialità, per la prima volta completamente autonoma. Abbandonate definitivamente quindi le suggestione brechtiane, le ispirazioni pasoliniane e le geniali provocazioni umoristiche di Copì, il regista si dirige con passo deciso verso una nuova dimensione del suo percorso e, con la collaborazione della drammaturga Francesca Marianna Consonni, disegna un quadro intelligentissimo, sorprendente, nichilista e provocatorio, in cui trova spazio tutto e il contrario di tutto, dai diritti LGBT alle posizioni pro o anti aborto, dal concetto di arte al tema della famiglia, calando il tutto in un contesto di smaccata finzione, come suggerisce la recitazione volutamente sguaiata e surreale dei protagonisti, la presenza del mixer audio direttamente sul palco, manovrato dagli attori stessi, i cambi scena sempre a vista e il contesto sfrontatamente anni ’80, evidente nei colori, in alcuni abiti e soprattutto nelle scelte musicali (Bowie, Prince, Nannini e tutto il corollario pop / rock / elettronico di quel decennio).

Non tutto però fila liscio come l’olio. E’ come se la bomba fosse stata preparata con cura, risultasse perfettamente confezionata e dall’indubbio funzionamento, ma la deflagrazione tardasse ad arrivare, perdendosi in una logorrea drammaturgica che rischia di denotare una qualche insicurezza nei propri mezzi espressivi (due ore scarse per il tipo di vicenda raccontata sono sembrate davvero troppe), sfilacciandosi in un numero davvero eccessivo di cambi scena coreografati, perdendo inevitabilmente ritmo negli ingressi e nelle uscite saltellanti dei tre assistenti (solo in alcuni casi divertenti e riusciti) e non amalgamando alla perfezione il corpo attorale: se da un lato non possiamo che levarci il cappello di fronte alle due interpreti femminili, più di un dubbio rimane sulla componente maschile, troppo spesso prigioniera di una soluzione interpretativa ricca di clichè e con pochissime variazioni.

Ma è un piccolo peccato. A volte le bombe scoppiano anche dopo decenni rispetto al lancio, altrimenti non si spiegherebbero gli artificieri e le evacuazioni delle zone interessate. Ecco, sì, ci piacerebbe essere evacuati. E siamo sicuri che capiterà molto presto.

Massimiliano Coralli

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