Recensione: “Quasi niente”

deflorian
foto Claudia Pajewski

È la parola. Pronunciata, scritta, proiettata, distorta, abusata, esasperata. È la parola ad aprire varchi, a scavalcare barriere, a crearle, a distruggerle. A definirci. Ad annientarci. È sempre stata lei a stabilire ordini, a scatenare il caos, a rivelare più di quanto diciamo, a nascondere più di quel che proviamo a celare. È lei che sa restare e non noi. È la parola a vivere oltre il Tempo e nella Storia, ma noi? Quante volte riusciamo a non morire?
Accade al Teatro dell’Arte, tra il 21 e il 24 febbraio, nello spettacolo Quasi niente di Deflorian/Tagliarini, che la parola acquisti tutte queste funzioni su noi che, seduti ai nostri posti, facciamo spazio negli occhi, ricaviamo dal corpo isole su cui possano naufragare, in qualche maniera, quelle parole che vengono dal palco a nascerci dentro o a ritrovarci.

Il lavoro della compagnia incontra nuovamente (dopo “Scavi”) il mondo di Michelangelo Antonioni e qui, in particolare, l’ultimo capitolo della tetralogia dell’incomunicabilità “Deserto Rosso”. Il verbo “incontrare” assume, in riferimento a ciò che accade sul palco e di ciò che lo ha preceduto, un duplice significato: uno più teatrale, di vicinanza e di scambio con il pubblico in base al patto comunicativo che si stabilisce tra gli artisti e gli spettatori (che può essere mantenuto, tradito, ribaltato…); l’altro più sfumato, che si muove in equilibrio tra il cinematografico e il quotidiano, tra i personaggi di Antonioni e le persone reali presenti sul palco, tra frammentate figure del passato e frammentari astanti del presente. Vi è, nel moto che attinge e fuoriesce dal maestro e dalle sue anime, un incontro tra esse e Daria (Deflorian), Antonio (Tagliarini), Benno (Steinegger), Monica (Piseddu) e Francesca (Cuttica) che è ‘convergenza nell’attimo’ filmico, quotidiano, comunque profondamente umano.

Monica/Giuliana avanza lentamente in uno spazio (essenziale e “familiare” curato da Gianni Staropoli) che conosce o forse non abbastanza, che riconosce ma non del tutto, come se fosse la sua mente solo mancante di quelle “milioni di parole” che dentro, solo dentro trovano posizione, comode nel disagio che creano, larghe nelle vene che occludono. E quando si/ci chiede ‘Come si fa a dire le cose sinceramente?’ ha inizio l’incontro, lo scambio, la condivisione, perchè assume che nella vita, come nel Teatro, la verità sia fragile quanto i nostri tentativi di soffocarla ma necessaria perchè ‘ci sono volte in cui ci si deve dire le cose come stanno’. Da qui prendono avvio i percorsi degli altri attori, sempre segnati nel racconto del quotidiano dai solchi lasciati dal passato, autobiografico e cinematografico. Ognuno prende uno o più ricordi, lo tira fuori come fosse un giocattolo e ce lo mostra con la sincerità del bambino e l’amarezza dell’adulto e poi ciascuno sembra smontarlo e riattaccare i pezzi sul proprio corpo, a dire quanto siamo ciò che siamo già stati o ciò che non avremo mai il coraggio di essere, a raccontarci di come assomigliamo alle paure o alle debolezze dei nostri genitori, a sussurrarci che nell’Io c’è sempre un po’ del Tu e del Noi e della solitudine come ‘comunità di destino’ (Eugenio Borgna).

Lo spettacolo, come affermato dal duo Deflorian/Tagliarini, non è stato costruito canonicamente seguendo un testo o una visione registica, ma si è sviluppato come una drammaturgia progettuale basata sulle relazioni, sugli equilibri, sugli scontri, sulla duplice tendenza allo scavo e alla superficie, mutuando da Antonioni, e facendoli propri, i principi di una poetica che divengono interrogativi politici/filosofici forti, come se da un alone di leggera ironia venissero sferrati improvvisamente fendenti di realtà. ‘Cerco di rimettermi nella realtà ma nessuno mi dice cos’è’. ‘Cos’è questa cosa che uno deve sempre vivere, sempre vivere? È pesante’. Siamo noi, sono i nostri pensieri nella misura in cui ci manca spesso la decisione nel pronunciarli, nell’accettarli.

La musica (a cura di Leonardo Cabiddu e Francesca Cuttica), cifra sempre raffinata e toccante dei lavori della compagnia, risulta fondamentale qui nell’operazione di “recollect” di momenti, di storie; diviene parola tra le parole, primaria, forte, che non indugia, che si fa altro dalle voci spaesate e tremolanti dei personaggi e degli attori.

Lo spazio che si offre alla vista dello spettatore è un ambiente-persona, che assume significato solo perchè ha ospitato la vita e nei suoi elementi, datati, ereditati, rotti sono tracciate mappe di luoghi, di dolori, di amori già passati eppure inevitabilmente presenti. Marcel Proust parlava di “intermittenze del cuore” per descrivere quei momenti di rottura, di rivelazione, di apertura dello sguardo ad una memoria ritenuta marginale e in cui, invece, è depositato il nostro genoma emotivo e familiare. Attimi in cui i personaggi/attori, in una pausa dall’estenuante lavoro della mente, esprimono con il corpo un ingorgo di parole e di rabbia e di repressioni e di voragini e allora Giuliana scuote il cassettone e Corrado afferra la poltrona girando vorticosamente su se stesso ma niente cambia, niente avanza, anche se il mondo sembra capovolgersi e i corpi assecondare una nuova gravità, l’ordinario, il trascorso, il futuro restano in potenza quando Monica chiede ‘Che mi racconti?’, e poi ‘Che mi racconto?’.

Riflettendo sulla fine, sull’inizio, sulla vita che nel mentre vediamo in scena, forse la parola più ricorrente nel provare a descrivere questo spettacolo è: “familiare”. D’altronde abbiamo in scena diverse età, la “sessantenne”, la “quarantenne” e anche il “cinquantenne”, così come differenti temporalità, tutte ricondotte al presente di un incontro sul palco che coinvolge i personaggi/attori rendendoli parte di qualcosa, rendendoci parte di un grande nucleo che ne contiene al suo interno centinaia, vari e molteplici tanti quanti sono gli spettatori in sala. ‘Familiare’ è la sensazione che abbiamo di fronte a ciò a cui assistiamo, ai ricordi che abitano lo spazio e ‘familiari’ sono le parole, sempre le parole, che ci legano nell’essere figli, nell’aver amato e sbagliato e sofferto e quanto ne gioveremmo se usassimo, di esse, il potere di unirci e non quello di ferire. Ecco che il Teatro diviene allora quella “comunità destino”, quell’essere-tra-gli-esseri per cui non dovremmo sentirci soli mai, eppure…

Giuseppe Pipino

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