Recensione: “PULCINELLA_Quartet”

pulcinella

Virgilio Sieni, nel suo Pulcinella_Quartet, ci cala in un’ambientazione spazio-temporale dove il suono è anch’esso protagonista non solo come elemento uditivo ma anche visivo, data la presenza in scena del musicista. La complicità che pertanto intercorre tra la musica – eseguita in modo particolarmente sperimentale e spontaneo – e le movenze dei danzatori, è quindi assorbita in una dimensione quasi tattile e forse, in senso intuitivo, persino osmotica. Una complicità che cattura l’attenzione su ciò che sentiamo-vediamo, succedersi e accadere, con la sensazione d’essere noi stessi soggiogati alla natura insita nelle cose stesse, dove questo tutto è calato all’interno di un universo cosmico che si dipana come un dipinto che scorre trascinandoci in una dimensione polifonica.

In questa sinfonia di suoni, i corpi dei danzatori s’avvicendano in circostanze esistenziali-relazionali, intessute mediante abbracci-incroci, che attraversano – nelle più svariate modalità dell’errare umano – con camminate intrecciate da traiettorie – in cui ciascuno gioca o soggiace nell’ascolto del proprio o altrui corpo. È da questi eventi vissuti che fa capolino la figura di Pulcinella, cui viene data voce con la combinazione di gesti che procedono in un continuum di aderenze e scissioni tra corpi che entrano ed escono; e sono proprio questi gli elementi che caratterizzano le vie d’uscita rappresentative e racchiuse nell’emblema ambiguo di questa maschera.

Un’ambiguità che s’innesta sottilmente nella natura di questo Pulcinella che – con le sue molteplici declinazioni – convive in un ritmo costantemente sospeso tra la vita e il suo opposto, in un ordine o disordine dettato dal caos rocambolesco che egli provoca.

Caos cui l’elemento suono è catalizzatore e motore determinante nell’alimentare un meccanismohabitat-organico cuipulcinella fanno leva non solo le movenze dei Pulcinella-danzatori ma anche la partitura gestuale dei movimenti che il Musicista deve compiere per esibire dal vivo la scelta dei suoni. Questo suggerisce all’osservatore l’idea di sentirsi calato in una specie di costruzione planetaria che mentre si sposta e si delimita << respira >>.

È in questa coesione e permeabilità delle superfici definite e a mai definirsi che i nostri Pulcinella interagiscono mentre li cogliamo nell’atto di deporre e adagiare il corpo – di un altro Pulcinella – con delicata leggerezza, in una narrazione di pietas evocativa – ora liquida e scivolosa – ora incalzante di ritrovata comicità – corale e festante – espressa con giri e rigiri che rievocano la tammurriata napoletana.

Queste rappresentazioni si esprimono in locus del divenire che ai nostri occhi appaiono come fossero permeate verso e/o da qualcosa di più elevato che sottende all’immanente accadere, ricreando una partitura aperta all’evolversi delle movenze che si dispiegano nell’infinita possibilità gestuale in un codice di trasmissione che le amplifica e le disloca altrove.

Un Pulcinella che nell’altrove ci restituisce – la trasformabilità delle sue sembianze e mutevolezze – con la chiarezza di un affresco che prende vita nell’attimo stesso in cui lui lo colora – attraverso il suono – davanti ai nostri occhi, anche quando – tolta la maschera – il suo volto ce ne regala un’altra già pronta e ben disegnata – nello svelarsi delle infinite possibilità che anche l’arte sa regalarci nel gioco delle illusioni-allusioni; del resto – l’esistenza senza mistero o senza teatro – che cos’è – ?

Vitia D’Eva

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