Recensione: “Polvere”

polvere

Cosa rimane di una persona quando non c’è più? Polvere, l’unica traccia dell’esistenza umana, composta, in parte, di cellule epiteliali. Nello spettacolo prodotto da ServoMuto andato in scena al Teatro Libero dal 25 al 28 ottobre, la polvere rappresenta l’evento innominabile che separa una bambina dalla madre ma anche il mezzo che permette un dialogo impossibile tra chi è presente fisicamente e chi invece è scomparso, lasciando un’impronta indelebile del suo passaggio.

Liberamente tratta da Se è una bambina, libro per l’infanzia della celebre Beatrice Masini, la drammaturgia, composta a quattro mani dall’attrice Marzia Gallo e dal regista Michele Segreto, si configura come il monologo di una bambina che vive in un luogo e in un periodo storico non ben precisato ma facilmente riconducibile all’Italia del secondo dopoguerra. Una realtà drammatica, fatta di privazione, morte e povertà viene filtrata dallo sguardo di una bimba ingenua ma anche intelligente e vivace al punto da riuscire a comprendere la più intima verità delle cose senza una guida, soltanto con quell’istinto animale proprio delle creature innocenti. Niente e nessuno accorre in aiuto della protagonista, che, unicamente con le sue forze, compie un percorso di accettazione ed elaborazione di un lutto talmente sconvolgente da essere impossibile da pronunciare senza che un sibilo acuto irrompa sulla scena e impedisca di emettere alcun suono. La morte, innominabile, nascosta e camuffata, è il più grande tabù della società occidentale, la prigione invisibile da cui dovrà liberarsi per continuare a vivere.

La riscrittura dell’opera della Masini tende a mettere in luce il paradossale parallelismo tra la traccia biologica del defunto e l’evento spaventoso che ne ha provocato la scomparsa, ovvero un violento bombardamento che ha distrutto ogni cosa trasformandola in polvere. Il pubblico diventa, così, l’unico compagno e testimone della maturazione di una bambina che tenta di elaborare il trauma della morte della madre, cercando di abbattere il muro di menzogna elevato dal mondo circostante per proteggerla. Durante questo percorso pochi e semplici sono gli oggetti in scena e i costumi, capaci, però, di trasformarsi all’occorrenza, implicando un coinvolgimento diretto dello spettatore, che, per colmare l’assenza di dettagli, è costretto ad utilizzare la fantasia, compiendo un’operazione che lo avvicina alla protagonista e alla prospettiva fanciullesca. Un’altissima sedia diventa, così, rappresentazione concreta della prospettiva con cui la bambina osserva una realtà esterna, che, sebbene non completamente comprensibile, viene descritta spietatamente, senza filtri ed omissioni: il flusso ininterrotto di parole, tipico del linguaggio infantile, mette in luce contraddizioni e ipocrisie dell’universo degli adulti, come solo un bambino è in grado di fare. Il punto di vista infantile permette, così, di trattare eventi drammatici in modo leggero e quasi spensierato, senza la pesante patina di sentimentalismo che spesso accompagna simili tematiche, riuscendo anzi ad appassionare e divertire il pubblico, grazie anche ad una recitazione mimetica, sorprendentemente spontanea e naturale, che non scade mai nella caricatura. Drammaturgia, gestualità, scenografia e accompagnamento musicale procedono verso la semplicità, la linearità e l’originalità: si percepisce chiaramente la ventata di freschezza portata in scena da una compagnia giovane ma già affermata e pluripremiata – solo per questo spettacolo molti e importanti sono i riconoscimenti ricevuti, come il premio Tagad’Off per l’allestimento o il premio Giovani realtà del teatro per il monologo – che si dimostra sensibile ai temi e ai linguaggi della contemporaneità.

La giovane protagonista descrive, così, la sua routine banale e monotona, caratterizzata da una profonda solitudine, con un’allegria contagiosa, tuttavia offuscata da momenti di sconforto. Eventi insignificanti e fondamentali si susseguono senza discrezione, accompagnati da una musica leggera e mai predominante, talvolta proveniente dalla radio regalatale dal nonno, l’ultima figura di riferimento rimasta. I dispetti delle amiche del collegio, le gite scolastiche, le vacanze estive in campagna, le corse in bicicletta, il matrimonio della sorella maggiore e la gravidanza disonorevole di quella minore, costituiscono i principali fatti narrati da una vocina vivace e simpatica, interrotta occasionalmente da una seconda voce, che da un luogo altro e distante osserva senza poter intervenire direttamente. Sola presenza evanescente ma costante, questa si manifesta per gettare uno sguardo consapevole sulla realtà e guidare la sua bambina al superamento del trauma inconfessabile: la morte è un evento irrimediabile, da cui è impossibile tornare indietro. Però si può andare avanti: la vita continua indifferente e lo sguardo infantile, innocente e brutale, si rivela essere l’unico strumento per affrontarla. Il dolore e la malinconia, nel finale, si aprono alla speranza con un inno alla ciclicità della vita, perché, in fondo, “chi è amato non conosce morte”.

Angelica Orsi

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