Recensione: “Play Strindberg”

play strindberg
Foto Simone Di Luca
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CASA DOLCE CASA?!?

Un ring, tre contendenti, parenti serpenti e tanta, tanta ironia: ecco gli ingredienti dello spettacolo “Play Strindberg” in scena al Teatro Menotti. C’è tempo fino a domenica 3 dicembre per assistere a questa fortunata rappresentazione che, in seguito all’anteprima estiva al Mittelfest 2016 e al debutto nazionale presso il Politeama Rossetti di Trieste, è stata applaudita in tournée in varie città come Chiasso, Genova, Udine, Parma, Roma ed ora è finalmente approdata a Milano.

play strindbergI presupposti sono ottimi: il testo è stato scritto dal grande drammaturgo elvetico Friedrich Dürrenmatt che a sua volta riprese e rielaborò l’opera “Danza macabra” di un altro grande autore, August Strindberg (si dice che Dürrenmatt fosse insoddisfatto delle traduzioni e degli adattamenti del dramma originale, che lui apprezzava moltissimo, e nel metterci mano ne creò di fatto una nuova versione). A dar voce e corpo ai personaggi sono stati chiamati tre interpreti di notevole calibro – Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni – guidati dall’abile regia di Franco Però… insomma, le premesse sono allettanti e lo spettacolo le conferma.

Ma facciamo un passo indietro. Alice, ex attrice (Maria Paiato) e il capitano Edgar, scrittore di “cose militari” (Franco Castellano) sono due coniugi di mezza età, sposati da ormai venticinque anni; vivono su un’isola dove la vita trascorre monotona e deprimente, interrotta da qualche pettegolezzo rabbioso sulle feste del medico vicino di casa; tra i due la fiamma della passione si è spenta, forse da sempre, lasciando come strascico rancori e continui litigi sebbene Edgar si ostini a descrivere la loro unione “un matrimonio felice” – o almeno, non oscurato dalla separazione e dalle dicerie della gente. Finalmente, arriva alla loro casa il cugino di Alice, Kurt (Maurizio Donadoni), divorziato, ricco e “straniero”: con la sua venuta, si riapre la partita – o meglio, la lotta – dei rapporti. Le undici riprese scandite dai gong si susseguono inesorabili, in un’escalation di insulti, rivendicazioni, menzogne o rivelazioni terribili, tradimenti e cattiverie: se al termine della pièce si guadagna la verità sulla natura dei personaggi e dei loro rapporti, ciò che resta è uno sfacelo umano.

Questo percorso è tipico nella poetica di Dürrenmatt, che cesellando le parole in un’architettura drammaturgica perfetta usa l’arma del grottesco e del sarcasmo per smascherare ipocrisie e paradossi. «Nel rappresentare il mondo, al quale mi sento esposto, come un labirinto – scriveva – tento di prenderne le distanze, di fare un passo indietro, di guardarlo negli occhi come un domatore guarda una bestia feroce. E questo mondo, come io lo percepisco, lo metto a confronto con un mondo contrapposto ad esso, e che io mi invento». Per questo motivo, “Play Strindberg” è un’opera che, pur essendo stata composta nel 1969 e pur ispirandosi a un dramma realizzato ad inizio Novecento, si rivela attuale e avvincente. La scrittura forte ed essenziale, allusiva e dal respiro universale, ci restituisce una pièce “unitaria, serrata, densa, coerente sul piano stilistico, perfettamente sviluppata come costruzione e di una modernità stupefacente”. Queste parole sono del traduttore Luciano Codignola, il quale aggiunge: “Al regista e agli interpreti Dürrenmatt ha fornito un pezzo di bravura, una struttura aperta dove possa esercitarsi il virtuosismo degli interpreti”. E così avviene: i tre attori interpretano magistralmente queste creature tragicomiche, carnefici e vittime, crudeli e vili, sottolineando ogni sfumatura e dando corpo a un linguaggio scarno e violento dall’effetto esilarante e allo stesso tempo inquietante.

Il regista fa muovere gli attori in un salotto borghese – due poltrone, un divano, un tavolo con delle sedie, un pianoforte e un telegrafo – trasformato da Antonio Fiorentino in un ring di boxe dove i personaggi si mettono alle corde, si attaccano, si colpiscono. Ad ogni gong, le luci di Luca Bronzo come dei flash illuminano le sagome dei tre lottatori, impeccabili nei loro abiti borghesi e nelle loro divise (i costumi sono ideati da Andrea Viotti). Anche le scelte essenziali di Antonio Di Pofi per le musiche sono significative: undici gong, una melodia lontana, malinconiche canzoni al pianoforte, parole e silenzio. Violenza. Con la sua regia intelligente, onesta e pulita, Franco Però ci rende un’opera di forte impatto, divertente e piacevole tanto quanto violentemente sincera e impietosa. Commenta: “Dürrenmatt si prende gioco di noi, della nostra vita famigliare (…) Il riso e il pugno allo stomaco, il sorriso e l’amarezza si alternano continuamente su questo palcoscenico-ring, riportando davanti agli occhi dello spettatore gli angoli più nascosti di quel nucleo, amato od odiato, fondamentale – almeno fino ad oggi… – delle nostre società: la famiglia”.

Marzorati

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