Recensione: “Platonov”

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Dalla platea, distintamente, si avverte un odore in questo spettacolo, inconfondibile, come quello della trielina in tintoria, o del lievito dal panettiere, ed è quello dell’anima. Tra la puzza di vodka, emerge quell’aroma metafisico che si fa largo battuta dopo battuta, che trasuda dalla carne degli interpreti, ed è il segno più evidente dello sforzo di strizzare il testo di Cechov fino all’ultima goccia di vita. Il merito del regista Marco Lorenzi è proprio quello di rendere l’anima del testo in presa diretta, strappando via il tulle, grattando via la melanconica doratura dei personaggi, traccia mnestica dell’esegesi stanislavskijana che già indispettì l’autore, per far posto ad una vocalità spontanea, ad una recitazione immersa nella verità fino al tallone. Non si teme in questo lavoro teatrale di sporcare la tela dei significati con secchiate di vernice, come nella pittura di Pollock si lascia gocciolare la vodka sui gesti, le parole e ancor prima sulle intenzioni, ed il quadro che ne risulta è piacevolmente materico.

Mai si è sentita così urgente la voglia di trasformare l’ipoteca tattile dello sguardo della platea in un tocco, in un abbraccio, d’altra parte una battuta del testo, qui sottolineata in grassetto, lo afferma chiaramente, “c’è odore di carne”, e la carne chiama altra carne, fatalmente, come è mullerianamente fatale che la storia non abbia una morale. Gli elementi della piece sono cechoviani fino al midollo, una tenuta di campagna che sta per essere persa, una padrona di casa, Anna Petrovna, che cammina pronta al primo piano definitivo di De Mille, e si muove a poche verste del Sunset Boulevard, Platonov l’anti-eroe che dongiovanneggia in minore sbadigliando la sua rabbiosa noia, il suo tedium vitae, addosso agli spettatori, la sua moglie Sacha, giovane agnello sacrificale dell’infedeltà del coniuge che non riesce a togliere i peccati del mondo nemmeno da se stessa, il figliastro di Anna, Sergej Pavlovic Vojnicev che si balocca con l’idea del teatro ed impallina un gabbiano per il testo che verrà, la sua consorte Sofja che chiude gli occhi e finge di essere e di trovare se stessa nella tresca con Platonov, il ricco Porfirij che mostra l’orrore indiscreto della borghesia, il figlio, medico improbabile, che si cura il mal d’anima con dosi massicce di alcolici.

platonovLa miscela non può che essere esplosiva, e basta questa, senza ulteriori fronzoli, utilizzando un tavolo vinciano per l’ultima cena e la penultima bevuta, la scheletricità del palcoscenico svuotato da quinte e libero di essere cassa si risonanza delle emozioni in esso evocate, unica concessione, una parete-finestra girevole, che cambia la prospettiva nel corso dello spettacolo, diaframma metaforico dell’individualità dei personaggi, condannati a vedere il mondo da dietro il proprio io, e Platonov lo vorrebbe pirandellianamente fa capire come si sente il mondo da dietro quegli occhi, il sapore di equiseto, di erba amara che lo tinge, ma lo può solo far intuire grattando ed impennando fonemi disperatamente autentici, con i pugni in tasca, puntando sdegnosamente lo sguardo lontano dai cieli stellati kantiani e delle relative leggi morali. E’ una festa della vita che non vive, che latita, questa rappresentazione, dove non può mancare il rito narcisistico del selfie, fatua vanità in cerca di una presenza agli altri ed a se stessi che dura il tempo di un impostato sorriso, mentre una consolle in scena produce musica stordente, necessario metadone per la tristemente allegra combriccola. Nei momenti verità, negli assoli, negli a-parte, si ha l’impressione che sia la carne viva del pubblico a dover affrontare il vento dei soffiati degli interpreti, e questa sensazione fa male, brucia terribilmente, ma sveglia la coscienza come il freddo pungente, meglio e più del cogito cartesiano.

Implacabile torna il suono del tempo dalla consolle, un tictac che ha tutto il sapore di un memento mori, di un vivere cioraniamente, perdendo continuamente terreno, l’imperativo di vivere urge dietro le schiene dei personaggi, e loro paralizzati non riescono a fare né un passo indietro, né uno avanti. Manca solo il colpo di revolver, ma appare immancabile, nel finale, la pistola, il convitato di pietra, nelle vesti di Sofja, pronta a far detonare la catarsi ad uso e consumo dello spettatore. Ma niente di tutto questo accade, il finale è deliberatamente cambiato, Platonov, il filosofo, suo malgrado, dell’alfa privativo, non ha la consolazione della morte autentica, e rimane congelato in quella messa in scena di morte che è la sua vita in animazione sospesa, il suo dubbio amletico tra l’essere o non essere che è giunto ad occupare tutto lo spazio occupabile, e figurativamente lui stesso ricorda un punto di domanda rilassato, afflosciato, che ha perso forza a furia di star dietro a tutte le frasi srotolate dall’esistenza. E’ ancora più nero, dunque, questo chiusura di spettacolo, ma forse più necessaria, per ricordare al pubblico che la vita, la felicità, è altrove. Eccolo di nuovo il gusto dell’anima che ritorna come quello della vodka offerta ad inizio spettacolo, come un retrogusto alcolico che sopravvive nel palato, e scalda i pensieri. Si meritano, tutti gli interpreti, il generoso capitale di applausi spruzzato con generosità dalla platea.

Danilo Caravà

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