Recensione: “PhoebusKartell”

phoebuskartell

ServomutoTeatro sbarca all’Elfo Puccini con uno spettacolo figlio di un percorso oramai articolato, iniziato con il premio Scintille 2016 e passato attraverso l’inserimento nelle residenze artistiche di Villa Pini di ERT, nonché tra le finali di In-Box 2018.
Per contenuto e forma il teatro Elfo Puccini ha deciso di ospitare la giovane compagnia nel contesto della rassegna – Nuove Storie 2019 -, dedicata al tema della passione politica.

Di fatto PhoebusKartell è uno spettacolo che ambisce a essere uno spettacolo politico. Quanto meno necessario dal momento che, nel tema sviluppato, l’osservatore contemporaneo non può esimersi dal trovare diversi spunti di riflessione: sia a riguardo del consumismo sfrenato, che della tutela dei lavoratori e dello sfruttamento indecente delle risorse del pianeta da parte dei grossi fenomeni industriali, legati soprattutto (oggi) alla produzione di tecnologie.

Un passo indietro e andiamo allo spettacolo.
Siamo in un passato distopico, lo scenario di questa timeline alternativa parte dal termine della prima guerra mondiale. Vincitori e vinti, economie forti e altre da ricostruire. Nelle fabbriche si cerca di produrre il più possibile. In un’ipotetica riunione segreta, il gruppo Bilderberg dei produttori di lampadine, stabilisce di ridurre drasticamente la durata dei prodotti da 2500 a 1000 ore, determinando un monopolio illegale volto a manipolare i bisogni dei consumatori finali, lucrando su questi ultimi.

Una commedia che ricerca costantemente toni acidi per lo spettatore, che si apre con la danza degli industriali ciccioni, grassi, sudati e con il bavaglio sempre al collo. Un coro di buffoni, meravigliosamente caratterizzati da un cast che appare maturo e consolidato, che si contrappone scenicamente a quello degli operai della fabbrica: stanchi, a volte denutriti con loro gavette vuote, disposti anche al silenzio pur di garantirsi il quieto vivere. A tal punto che sono disposti anche a mettere a tacere le voci di chi, dalla catena di montaggio, sta cogliendo la portata dell’imbroglio internazionale.
Nel mezzo di ciò, un ricercatore con un possibile brevetto che farà discutere parecchio per la sua portata innovativa.

Sopra si diceva della necessità di questo lavoro. Sì in effetti perché, nel bene o nel male, il tema dell’obsolescenza programmata apre a una serie di riflessioni spinose e di natura generica. Cosa è giusto tutelare? La produzione e quindi la garanzia dei posti di lavoro? Oppure la libera scelta dei consumatori e, parallelamente a questa, anche una conservazione maggiore delle risorse del pianeta? Noi o Loro? Presente o futuro? Argomenti di dibattito (politico), appunto.

Ma cosa vi sia di realmente politico, al momento, in PhoebusKartell è ancora da cercare con la lente di ingrandimento. La scelta del contesto storico (distopico si è detto, ma non troppo) non è casuale, dato che tutto il testo e i songs sono un ovvio omaggio a chi muoveva, proprio con il teatro, la coscienza politica delle persone negli scantinati poco illuminati della repubblica di Weimar. Un testo ben scritto che ripercorre appunto alcune musiche celebri di Kurt Weill che è bello sentir eseguire dal vivo da un coro di attori che si dimostrano capaci di fare tutto bene.

Lo spettacolo tuttavia manca nel mostrare un vero e proprio baratro in cui trascinare lo spettatore. Manca di un vero apice tragico nonostante il fatto che, solo ad ascoltare il copione, le occasioni per spaventare l’animo di chi osserva non mancherebbero: vengono però spazzate via in un baleno in favore dell’abbondanza di tempi comici. Manca quindi una presa di posizione forte. Di sicuro risulterebbe tutto più maturo se, oltre al cast, fosse un po’ più palese l’idea che registicamente si vuole rendere. L’immagine degli industriali alla George Grotz e Otto Dix e la dicotomia con gli operai-macchina stanchi e affamati di certo fornisce allo spettatore una base accogliente in cui catapultarsi, qualcosa in cui riconoscersi. Ma non basta a motivare in modo deciso il perché si sia optato per affrontare il tema del capitalismo ai giorni nostri. Interessantissimo, peraltro, se si pensa a quanto anacronistico possa per molti essere questo termine, oggigiorno.

Insomma, l’impianto generale sembra volutamente strizzare l’occhio a chi di certo è già in accordo con ciò che viene mostrato, generando un entusiasmo iniziale che va, però, via via scemando, proprio a causa della mancanza di un punto di vista forte a dettare l’estetica dell’allestimento. Si potrebbe obiettare che anche la scelta dello spazio vuoto, del lasciare l’attore al centro della scena, possa essere politica. A noi risulta leggermente stantia, soprattutto considerando le possibilità che il riferirsi a Brecht o Schiller può offrire.

Si finisce con il guardare una serie di scene dettate dai cambi di situazione una dietro l’altra, godendosi ciò che si vede, e con una serie di domande generiche come quelle riportate sopra. Ma se per dire che vi sia stato teatro è necessario uscire dalla sala un po’ cambiati, allora qualcosa da far maturare ancora c’è.

Dario Del Vecchio

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*