Recensione: “Per strada”

per strada
foto Tommaso Le Pera

La parola “vano” si può ricollegare a diversi significati e interpretazioni. C’è il vano che allude al vuoto: il vano è quello di un ascensore, che di certo non è un luogo che moriamo dalla voglia di visitare. Il vano è ricollegabile anche alla parola “soglia”, termine vagamente aulico che evoca quasi una grande casa signorile: maestosa nella sua compostezza, incute quasi timore, tanto sarebbe udibile il ticchettio delle nostre scarpe nell’oltrepassare un grande portone in ottone. E poi chi lo sa cosa c’è oltre una porta sconosciuta, qual è la storia di quella stanza e cosa si può scoprire.
Vano è anche un tentativo inutile di parlare ad una pianta nella speranza che ci risponda.

La parola vano rende quindi l’idea delle vertigini provata nel guardare in uno spazio vuoto, la soggezione che si impossessa davanti a qualcosa più grande di noi e il senso di impotenza che ci blocca davanti a qualcosa di inevitabile: è proprio “il senso del vano” che Brandi, Vogel e Sferrazza Papa portano in scena al teatro Franco Parenti. “Per strada” raccoglie gli spettatori e li invita a osservare i disagi dei giovani vicini alla generazione X, la generazione invisibile. Ma a essere messi a confronto sono, in realtà, tutte le sfumature che caratterizzano il senso del vuoto: quello sociale, emotivo ma anche universale. I personaggi, perfettamente costruiti, si mostrano infatti in tutta la loro umanità: dal contesto generazionale che cita nostalgicamente i Beatles e Roberto Baggio, si passa all’osservare il dramma, senza tempo, di due uomini che lottano con l’aspettativa sociale di dover essere vincenti a tutti i costi e, fallendo, sprofondano.

Le due solitudini, quelle di Jack e Paul, si scontrano sotto una bufera di neve che impedisce loro di proseguire: sin dalle prime battute il ritmo da commedia incalza e diventa la cifra di tutto lo spettacolo. L’ironia si mette però in gioco in un contesto nel quale, appunto, c’è poco da ridere.

Jack è stato tradito e lasciato dalla sua compagna, ha una famiglia sfasciata, è senza una lira ed è convinto della sua disperazione. Il suo umorismo si avvicina alle battute cinicamente insofferenti di Woody Allen; la sua visione bicolore del mondo ricorda quella del celebre Michele Apicella, brillante nella sua malinconica ironia, così assertivo nel suo fuori contesto. “Chiami la polizia perché sto per spararmi”, diceva in “Bianca”.
E Jack, infatti, si vuole uccidere.

Paul invece, sa montare le catene. È un ex boy-scout vestito di tutto punto, di buona famiglia, educato, sta per sposarsi e “il suo ovale” è apparentemente sereno. Ma così non è. Anche lui è bloccato per strada dal manto di neve, sotto il quale cerca di nascondere le sue insicurezze e rinnega i suoi desideri. Si lascia deliberatamente sottovalutare dal prossimo, pur di non mostrare la sua natura.

I dialoghi irriverenti dei due naufraghi nella neve costellano i quadri fotografici che scandiscono lo spettacolo. Il dialogo, la recitazione e la regia dei movimenti sono puntualmente integrati tra loro in un unico battito regolare, che lascia però spazio anche al silenzio. Il suo arrivo in scena fa risuonare i momenti più evocativi ed è contrappuntato metaforicamente dalla luce. È inoltre nelle sequenze dominate dalle pause di respiro che le note registiche cinematografiche di “Per strada” sono particolarmente funzionali al racconto. Quando Paul si sveglia, la mattina del suo matrimonio, la sua dissociazione è espressa per mezzo della replicazione della sua immagine: c’è il suo corpo riflesso nello specchio, quasi sonnambulo, ma è soprattutto la proiezione del suo corpo a letto, alle spalle dell’attore, che materializza il suo stato di derealizzazione.

La scelta di mescolare i due sistemi comunicativi lascia, forse, in altri quadri, più spazio al cinema che al teatro, ma quest’ultimo riprende subito vigore in altri momenti significativi. I limiti stessi del palcoscenico vengono adattati all’intreccio: il cane Rocco, simbolo d’attaccamento al passato e del grado di solitudine di Jack, n’è la prova. La divisione del palcoscenico, utile alla proiezione delle immagini, materializza lo stato d’isolamento dei due personaggi, che devono combattere contro la loro personale bufera di neve per riuscire a sentirsi vicini a qualcosa. È inoltre tramite i monologhi drammatici dei due personaggi che il linguaggio teatrale riprende a pieno il suo spazio, e “Per strada” lascia il pubblico in sospeso.

La visione di questo spettacolo è quindi consigliata a tutti coloro che si sentono, o si sono sentiti, “in sospeso”. A chi non ha avuto fortuna, oppure non sa dove stia andando; a coloro che non hanno un lavoro o ne fanno due o tre. A tutti quelli che hanno avuto poca scelta. Ma la depressione non è questione di classe sociale e nemmeno va a braccetto con il giusto e lo sbagliato. Si suggerisce la visione di “La strada” quindi anche a chi ha avuto (o pensa di avere), apparentemente, tutto, eppure qualche volta soffre d’insonnia e si chiede se i propri desideri siano davvero suoi, e se abbia mai deciso in vita sua.

Irene Raschellà

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