Recensione: “Paolo Borsellino. Essendo stato”

paolo borsellino

Una voce bassa e pacata, quella di Ruggero Cappuccio alias Paolo Borsellino, nella penombra del Teatro Franco Parenti è una voce che sembra venire dall’aldilà, dal ricordo di un sogno o di un incubo, dipende dal punto di vista da cui si vuole guardare la vita del magistrato. Essendo Stato colloca il suo racconto nel 1988, quando Falcone presenta una lettera di dimissioni al CSM, e Borsellino denuncia allo stesso lo stato di decadenza del pool antimafia palermitano. È un momento cruciale nella storia dell’antimafia quello in cui i due magistrati vengono convocati e lungamente interrogati, chiamati a fornire spiegazioni sui loro dubbi, sulle mancanze e le inefficienze di un organismo che si trova a combattere la Mafia ufficiale e la Mafia munita di passaporto, lo Stato.

Ruggero Cappuccio rende questo clima pre apocalittico con uno spettacolo che si potrebbe meglio definire come una confessione, calata in un clima e in una scena immobili. Sono pochi i picchi, la sua voce pacata e sommessa raramente si accende di fervore. Allo spettatore viene richiesta un’attenzione costante nel flusso di un pensiero che tende a trivellare più che a elevarsi, e che viaggia contemporaneamente sul binario della rievocazione puramente storica e su quello più introspettivo di una riflessione esistenziale. L’atmosfera si mantiene per tutto il tempo nella penombra, anche le luci di Nadia Baldi subiscono poche variazioni e quando lo fanno non sono mai piene, ma tagliano di blu o di rosso il nero del palcoscenico. D’altronde di lì a poco anche il filo che teneva appeso Borsellino alla vita sarebbe stato tagliato, e il suo corpo dilaniato di sangue in via D’Amelio.

Fin dall’inizio dello spettacolo, scritto dallo stesso Cappuccio, la ghigliottina sulla testa di Borsellino è visibile, udibile per lo più nell’insieme di rumori e di voci di quei fantasmi che prima di lui hanno giurato sulla loro testa di dire la verità nient’altro che la verità, e che nonostante questo la testa l’hanno persa. Come la si perde per amore, l’amore per la legalità di Giuseppe Impastato, Boris Giuliano, Mauro de Mauro, Piersanti Mattarella, Mario Francese… L’amore e odio per questa Sicilia che non si sa, dice Cappuccio/Borsellino, se sia maschio o femmina, nata per fecondare o per essere ingravidata, se siano i siciliani a doverle fare il funerale o lei che conduce i siciliani alla morte. Sicilia contraddizione, gioia e dolore, luci e ombre. Eppure sono più le ombre in questo impianto scenico di Mimmo Paladino, in questo spettacolo reading confessione che rimane dall’inizio alla fine uguale a se stesso, in questa voce di morte latente che non trova spiragli di luce. È vero, luci di speranza non ce n’erano nel 1988, né a Capaci nel ’92, nemmeno la luce divina a proteggere Pino Puglisi a Brancaccio nel ’93, e anche oggi nessun faro puntato su Matteo Messina Denaro. È vero, di luce ne abbiamo poca. Ma l’alternativa non è solo ricordare quelli a cui la luce è stata spenta, e lasciare gli spettatori in quest’ombra di ricordo e ridurli a semplici uditori di una voce che parla dall’oltretomba. Se il teatro è il luogo dell’invenzione e specchio irreale della realtà, se a teatro i morti possono essere resuscitati allora lasciamo che i morti parlino con i vivi, da vivi.

Alessandra Pace

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