Recensione: “Panorama”

Panorama
Foto Theo Cote

Panorama, ultima produzione di Motus, in scena al Triennale Teatro dell’Arte dal 2 al 6 maggio, è una ricerca che coinvolge storie diasporiche dettate da scelte artistiche. Nessun storytelling ma persone, gli attori della Great Jones Repertory Company, gruppo interetnico di performer residenti a la MaMa, teatro dell’East Village di New York fondato da Ellen Stewart. Lo spettacolo, messo in piedi grazie anche al contributo drammaturgico di Erik Ehn, traccia a intermittenza panorami individualmente collettivi denotati da un denominatore ricorrente e sempre presente: il nomadismo.

Il movimento è caratteristica intrinseca dell’esistere, degli esseri viventi privi di radici e arbusti. La metastabilità è antibiotico dell’insidioso ma improbabile rischio di fissare in cluster asettici persone, etnie, confini, sessualità.

Panorama è vista (horama) del tutto (pan). Ma come osservare tutto senza la capacità, banalmente prospettica, di osservare se stessi? Si è parte di un panorama cui l’inizio di una riflessione coincide con un’autoesclusione del sè, osservatore privilegiato del tutto. In quel tutto però si è invischiati senza possibilità di sottrazione.

Val forse quindi una domanda talebana: Who i am? This is the question. What is acting? Chi sono io? Che significa fare (recitare)?

Posto che chiedersi chi sono io ha senso solo in presenza della possibilità di essere qualcosa di diverso da sé, di una possibilità di scelta e di avere un ruolo attivo in tale scelta, Panorama apre un varco drammatico sul ricreare il proprio sé. L’espediente scenico è semplice e tutto incentrato sul fare: i protagonisti interpretano un casting di se stessi ripresi da una telecamera onnipresente e onnisciente che dirama immagini in tutto lo spazio scenico (inteso come ciò che sta dentro al perimetro del palco).

Se la prospettiva di visione del sé è resa impossibile dall’abitare il nostro tempio-corpo, l’intreccio messo in campo scioglie l’appartenenza biografica per generare una fusione di storie in una unica e labile poiché sottoposta al cambiamento. Lo scivolamento identitario rinuncia alla sua maternità autarchica e verticale in ragione di un più compassionevole intreccio di fratellanza orizzontale.

È un melting pot di diaspore disseminate a New York. La New York di oggi, quella di ieri, poco conta. Importa la dimensione del potere, delle leggi innaturali eppure umane che tentano un controllo sul movimento dell’umano. Panorama è tutto. È libertà e Trump potatoes, miseria e privilegio, essere parte e sempre estranei, stranieri di una terra, a patto di averne consapevolezza. Panorama è l’alter ego di Pilade, tradisce la sua origine, la sua maternità per assumere la parte dei rimasti senza cura o senza madre.

Vittime della società del fare, i protagonisti in scena devono capire non come fare se stessi ma come esser se stessi. L’acting genera un corto circuito sul rappresentarsi che viene riparato dalla condivisione, intesa in senso di prestito della propria storia, in grado di superare il limite prospettico.

Passeggeri dell’essere, ci si improvvisa Antonioni in un risveglio primordiale di nature represse e talvolta non esaustive nel desiderio di dire del vero che resti teatrale.

Alessandra Cutillo

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