Recensione: “Ore d’amore”

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Marito e moglie, ma prima di tutto un uomo e una donna impegnati nell’eterna lotta tra i sessi. Questa, senza sintetizzare, è la trama di Ore d’amore, scritto da Rosario Lisma, diretto e interpretato da Nicola Stravalci e Debora Zuin. Non si tratta di una riflessione profonda sulla relazione all’interno di un matrimonio. Non si tratta di un susseguirsi di battute sagaci e ironiche, di quelle che inducono ad un sorriso amaro. Non si tratta di uno spettacolo che colpisce per la verità che trasuda dal dialogo. L’unica verità ammissibile è che si sia trattato di un testo semplice, forse a tratti banale ed efficace solo in alcuni momenti: il pubblico ha riso perché i dialoghi andavano a finire esattamente dove tutti erano capaci di arrivare. Lo sforzo di immaginazione e di pensiero è stato azzerato. I protagonisti, sicuramente di pregevole livello attoriale, recitano le battute che ogni persona, sin dai tempi di Friends e Sex and the city, ha imparato a memoria.

Ore d’amore è paragonabile ad una commedia romantica da guardare un giovedì sera, al termine di una pesante giornata di lavoro. In TV magari non c’è altro che attira la nostra attenzione, per cui improvvisamente anche quel film diventa appetibile. Certo, in Ore d’amore è tutto in diretta, ma non è una scusa valida per uscire di casa. Gli attori, che hanno curato anche la regia, si salvano completamente. L’espediente tecnico per scandire una notte di litigi e amore consiste nella proiezione di un grande orologio su un lenzuolo, che ricopre il letto posto al centro della scena. Insieme ad una lampada e un pouf, il talamo nuziale è l’unico oggetto di scena.

In effetti, rispettando la sinossi dello spettacolo, la posizione e la dimensione del letto richiamano quella di un ring. Quando nella boxe il rispetto delle regole è fondamentale per garantire uno scontro ad armi pari, in teatro, ma anche nella vita reale, quando si parla del conflitto uomo-donna, i colpi sotto la cintura sono ammessi e concessi. Solo un momento narrativo è stato forse il più digeribile: l’ammissione da parte di lui di avvertire una forte attrazione per il corpo tutto curve di una sua giovane collega. Questo poteva essere un ottimo aggancio per uno scontro più verbale, ma sarebbe stato dissonante con il resto. Sicuramente era l’intenzione del drammaturgo quella di stare su un piano superficiale, senza scavare in profondità, ma al momento storico attuale è lecito aspettarsi qualcosa di più.

C’è una cosa che si salva in tutto questo: il lieto fine. Un lieto fine è sempre qualcosa che rassicura oltre qualsiasi strato di banalità. Che piaccia oppure no, il lieto fine fa sentire chiunque sereno e fa fare sonni tranquilli. Il lieto fine è qualcosa che salva dall’oblio della quotidianità, dalla politica e dall’aumento dell’IVA. Guardare un lieto fine è uno dei nostri molteplici e vari lieti fini che abbiamo nel corso della nostra vita: solo che a noi piace concentrarci sul resto. Anche perché forse è decisamente più interessante.

Marta Zannoner

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