Recensione: “Opera panica”

opera panica

A Parigi, una volta alla settimana, alle 15, è possibile trovare al Cafè Le Temeraire un vecchio signore distinto, con i capelli bianchi e lo sguardo profondo di chi conosce la vita e ne ha vissuto innumerevoli sfaccettature, intento nella lettura dei tarocchi. Si tratta di Alejandro Jodorowsky, classe 1929. Sembra che per lui il tempo abbia smesso di lasciare segni, si sia fermato, così come per le sue opere, ancora oggi incredibilmente attuali.

Jodorowsky, maestro avanguardista cileno, fonda a Parigi nel 1962 con Fernando Arrabal e Roland Topor il movimento teatrale Panico, fenomeno artistico dell’arte totale che prendeva spunto dal surrealismo di Luis Buñuel e dal teatro della crudeltà di Antonin Artaud.
Precursore dell’happening, le sue performance erano sconvolgenti, violente, destabilizzanti, costantemente tese alla liberazione delle energie negative intrise nelle cose e nelle azioni.

Più conosciuto oggi per i suoi romanzi e i film diventati veri e propri cult come El Topo, La montagna Sacra e Santa sangre, Jodorowsky scrive Teatro Panico nel 1965.
Cinquant’anni dopo, il regista Fabio Cherstich riesce nell’impresa di adattare il testo originale nello spettacolo Opera Panica rendendola un contemporaneo cabaret tragico.

Una ventina di quadri scelti tra le 26 mini piéce del testo originale, venti piccoli sguardi alla surrealità della vita, divertenti e grotteschi, filosofici e politici, prendono vita davanti agli occhi degli spettatori grazie al cast formato dagli attori Loris Fabiani, Christian La Rosa, Fabrizio Lombardo, Valentina Picello che si amalgamo ed equilibrano perfettamente tra loro. Collante tra le scene sono le canzoni originali e interpretate dal vivo dei Duperdù (Marta Maria Marangoni e Fabio Wolf) che fanno sprofondare le già assurde scene in atmosfere ancora più estreme grazie ai testi onirici e al suono acuto di un piccolo piano che ricorda le musiche dei carillon.

Si accendono le luci della ribalta, una fila di lampadine sul proscenio che segnano visivamente il distacco tra il luogo dell’azione (il palco) e il luogo della staticità (la platea), e subito sembra di entrare nella casa degli specchi del luna park. Visioni distorte, tutt’altro che nitide si svelano e rivelano a poco a poco. Il comandante avvisa i passeggeri di allacciare la cintura di sicurezza perché si sta avvicinando una tempesta. Si parte, dunque, con premesse turbolente.
Panico e ciclico, lo spettacolo si apre con l’immagine di una piscina e con dei nuotatori provetti che disquisiscono animatamente sulla regolamentazione dell’acqua prima di tuffarsi, e si chiude con due uomini senza memoria che galleggiano, sempre in una piscina, e che si contendono lo spazio invece che trovare soluzioni.
Sulla scena vuota e bianca spicca, sul fondale, una piccola apertura simile ad un buco nero che, quando serve, attira verso di sé persone, idee, situazioni e le fa sparire.
L’assenza di colori è un ulteriore segno registico: tutto è in bianco e nero tranne qualche sprazzo di rosso acceso che coglie l’attenzione dello spettatore e la focalizza su alcuni oggetti.

Opera Panica – cabaret tragico stupisce, diverte e terrorizza allo stesso tempo.

In scena al teatro Franco Parenti di Milano nell’intimità della Sala Tre fino all’11 novembre.

Valentina Dall’Ara

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