Recensione: “Open”

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foto Salvatore Pastore

Era il 2006, erano gli Us Open: Andre Agassi giocava l’ultima partita della sua carriera, dopo aver annunciato il suo ritiro, e tra le lacrime ringraziava il pubblico che lo aveva seguito e sostenuto fino a quel momento, fino all’ultimo match. Le sue lacrime però, non scorrevano sul viso per quella sconfitta contro Benjamin Becker, ma venivano da più lontano, da tutto il percorso che lo aveva portato fin lì.

Si conclude la videoproiezione che testimonia quel momento, e sul palco del Teatro Elfo Puccini si accende la storia, scritta dallo stesso Agassi in un romanzo pubblicato nel 2009 e portata in scena da Invisibile Kollettivo oggi. Dopo il loro primo lavoro di “lettura scenica” con L’avversario di Emmanuel Carrère, il collettivo continua a dare vita alla pagina scritta, non come trasposizione teatrale di un’opera che nasce nero su bianco, ma come pagina stessa che si fa materia vivente.

foto Salvatore Pastore

Pezzi di cartone che raffigurano il volto di Agassi in diverse età, accostati al volto degli attori, diventano sintassi di un sistema di comunicazione che non prevede una suddivisione in ruoli e personaggi, quanto piuttosto un osmotico andirivieni tra realtà, romanzo e finzione teatrale. Quei pezzi di cartone sono indossati dagli attori come maschere, ma prima di loro vennero indossate dallo stesso Agassi per sopravvivere a pressioni familiari e aspettative sociali. Il ritratto che ne emerge è parallelamente quello di un uomo fragile che vorrebbe scivolare via dallo sguardo del mondo, e di un fantoccio di cartapesta che invece vorrebbe essere uomo.

Agassi scrive nel suo romanzo il dilaniarsi di un’anima che riprende i comandi di controllo dopo essere stata pilotata e manomessa per metà della sua esistenza. Invisibile Kollettivo, frantumando lo scorrere naturale di quelle parole, ne acuisce l’effetto, chiamando i suoi spettatori a partecipare a una scena che si costruisce e si spezza a intervalli regolari, e in questo dinamismo compone una vera e propria personificazione del libro e quasi una spersonificazione del personaggio. Andre Agassi non è individuabile in un confine netto, ma rimane labile figura sfocata in balia della sua storia. A mancare però non è il tratteggio di un personaggio, dal momento che l’obiettivo di Invisibile Kollettivo è dichiaratamente quello di dare parola a un romanzo, ma una sferzata più decisa ai tempi che il teatro impone e che invece la carta può rifiutare, affidandosi totalmente al respiro del suo lettore. Rimangono pertanto da sciogliere alcuni nodi che troppo spesso indugiano sulla lettura. A vincere sono invece le interpretazioni degli attori, capaci di farsi portavoce, messaggeri invisibili della parola del suo autore.

Alessandra Pace

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