Recensione: “Io non sono un gabbiano”

foto Luca Meola

In scena al Teatro Menotti “Io non sono un gabbiano” della compagnia lombarda Oyes e con la regia di Stefano Cordella, la rivisitazione del dramma di Céchov Il gabbiano. Cordella rilegge l’opera checoviana in chiave contemporanea, portando all’estremo certi temi, interpretandone altri parodisticamente, proponendo interessanti contraddizioni e controsensi. Insomma, la compagnia Oyes, che merita di essere conosciuta meglio, prende il cappello a Checov, con tanto di inchino, e poi se ne va per la sua strada.

Su una scena completamente vuota, lo spettacolo ha inizio con il funerale di Arkadina, nota attrice e madre di Konstia. Non ci sono elementi scenici a riempire il palcoscenico, ma tutti i protagonisti della pièce. Dai funerali i vari personaggi proseguono la loro vita infelice e piena di drammi, fino alla scena finale del matrimonio tra Masha e il maestro Medvedenko, sulle note della Felicità di Albano e Romina.

Io non sono un gabbiano si muove di continuo attraverso paradigmi diversi e in continua antitesi tra loro, in un miscuglio di chiavi interpretative e registri drammaturgici diversi, che restituiscono uno spettacolo affascinante e sorprendente, soprattutto se lo si pensa nel suo rapporto con un antenato di massiva importanza. La psicologia autodistruttiva e l’infelicità dei personaggi checoviani vengono sottoposti a un movimento centrifugo da Cordella, che li fa schizzare come è schizzata la nostra generazione e li sottopone ora alla parodia ora alla follia ora a un’ironia tragicomica. La riflessione sull’amore, fil rouge dello spettacolo, prima scalza e poi assorbe altre tematiche.

La straziante scena di Konstia nella quale, nudo di fronte a Nina le dichiara il suo amore, mostra sì la necessità di rompere i confini tra realtà e finzione nella rappresentazione teatrale, ma è anche la ricerca di veridicità nei sentimenti della vita. Così come nella divertente scena del dialogo tra lo spassionato tecnico di scena e il microfono, il tema dell’identità rimane come sospeso tra una riflessione sulla rappresentazione in scena e il sentimento dell’amore.

Nonostante il dramma di Checov venga stravolto superficialmente, nel profondo le sue parole fanno sentire la loro eco sino a qui grazie alla sapiente e sorprendente regia di Cordella. Per questo l’amore viene anche mostrato come fonte di infelicità nei personaggi, ora compromesso con il narcisismo ora adagiato sull’abitudine ora troppo banale per poter essere ritenuto vero.

L’interessante opera drammaturgica di Cordella viene corroborata dalla trascinante recitazione degli attori, che non può che premiare nella critica la compagnia Oyes al completo.

Chiara Musati

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