Recensione: “Il nome della rosa”

il nome della rosa

LA SFIDA DE “IL NOME DELLA ROSA”

Romanzo, film e ora spettacolo teatrale: se vi piacciono le sfide, allora vi aspetta al Teatro Franco Parenti “Il nome della rosa” fino a domenica 12 novembre.

È il regista in persona Leo Muscato a definire questo spettacolo “una sfida a dir poco appassionante”, consapevole di quanto i termini di confronto siano celebri e autorevoli: innanzitutto il capolavoro di Umberto Eco, best seller della letteratura italiana, tradotto in 47 lingue e classificato da Le monde tra i 100 libri più belli del XX secolo; in secondo luogo il film di Jean-Jacques Annaud con un indimenticabile Sean Connery. Insomma, due grandi classici in un sol colpo. Tutto questo non ha intimorito Muscato, il quale ha potuto avvalersi di collaborazioni importanti: il brillante riadattamento drammaturgico di Stefano Massini, le imponenti scene di Margherita Palli, un cast eccezionale con ben tredici attori che interpretano quaranta personaggi.

Il risultato è un “colossal teatrale” che impressiona lo spettatore e gli permette di vincere la sfida.

Thriller, gothic novel, romanzo poliziesco, romanzo storico: sono numerosi gli elementi e gli stili che si intrecciano e rendono questo spettacolo ricco, vario e appassionante. La storia non è per molti una sorpresa, ma è quanto mai avvincente: il vecchio monaco Adso (interpretato da Luigi Diberti) ricorda i giorni del 1327 in cui ancora apprendista (Giovanni Anzaldo), al seguito del suo maestro Guglielmo da Baskerville (Luca Lazzareschi), si ritrova in un’abbazia colpita da una serie di morti misteriose. Oltre alla curiosità e alla suspense per le indagini (pur conoscendo la trama, lo sviluppo è sempre e comunque coinvolgente), la ricostruzione minuziosa di quel determinato periodo storico offre numerose suggestioni.

Il sapiente uso delle luci di Alessandro Verazzi, le belle musiche di Daniele D’Angelo, i curati costumi di Silvia Aymonino e gli efficaci video di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii sono utili per definire un’atmosfera precisa e allo stesso tempo affascinante e evocativa: dai corridoi di luce che si aprono tra le scene cupe come feritoie, non solo emerge un’epoca storica nella meticolosità dei dettagli ma ne scaturisce la dimensione culturale e sociale. Si scatena quindi in scena lo scontro tra dottrine, tra religio ed eretici, tra oscurantismo e libertà intellettuale, discussioni e riflessioni che animano il curioso e sagace Guglielmo e coinvolgono anche noi. Alcune questioni, molte sollevate dal confronto dei protagonisti con il feroce inquisitore domenicano (interpretato da Eugenio Allegri), risultano persino inquietanti per la loro attualità.

Resta ancora la domanda: riconoscendo l’innegabile valore di questa messinscena per le abilità artistiche messe in campo, per quale motivo ha senso assistere a teatro a quest’opera? Oltre alle ragioni “affettive” – l’omaggio esplicito all’eccezionale Umberto Eco recentemente scomparso – alla bellissima storia, alle ottime interpretazioni degli attori, qual è la “novità”? Qual è il valore aggiunto?

Al di là della personale considerazione per cui ogni qualvolta ci sia una bella storia vale la pena fermarsi, ascoltarla e lasciarsi interrogare da essa, questo spettacolo offre una chiave di lettura molto interessante e particolare dell’opera originale: non si sofferma infatti soltanto sul conflitto tra verità e menzogna oppure dogma e libertà, ma ne sottolinea la parte più ironica e leggera. Come afferma lo stesso regista, nella lotta che vede avversari Guglielmo e il vecchio custode Jorge de Burgos (interpretato da Bob Marchese) “non è la fede a essere messa in discussione, ma due modi di viverla differenti: uno è serioso, l’altro fortemente ironico”. In un periodo storico come il nostro durante il quale si è tornati spesso ad irrigidirsi notevolmente su posizioni dottrinali di varia natura, non solo religiose, ricordare le parole di Guglielmo può essere un monito prezioso: “il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio”.

Non solo quindi sarà possibile divertirsi durante tre ore assolutamente non noiose di spettacolo (dato da non considerare scontato), ma si potrà anche trarne consigli e spunti di riflessione per se stessi… ovviamente con il sorriso e senza prendersi troppo sul serio.

 Marzorati

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