Recensione: “Nel paese dell’inverno”

paese dell'inverno
foto Simone Gosselin

Cesare Pavese sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò prima di suicidarsi scrive: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». L’attrice e regista Silvia Costa, che liberamente adatta quel testo per la scena, accoglie gli spettatori distesa nella penombra del proscenio. Le luci si accendono e una grande lama si stacca dall’alto, inizia a oscillare minacciosa come un pendolo che scandisce il tempo dell’uomo, essere meschino in balia dell’onnipotenza divina. L’attrice solleva il busto da terra rivelando i mattoni su cui era sdraiata: come sono scomodi i panni dei mortali su questa terra, quanto goffo il loro incedere disseminato di trappole. Non è fortuna e nemmeno il caso, ma il diletto degli dèi che sancisce le sorti di ognuno. Pavese invece no, lui strappa la sua pedina dal tavolo da gioco. Silvia Costa in un gesto secco blocca la lama sopra la sua testa. La partita tra umano e divino ha inizio.

Nel paese dell’inverno, andato in scena all’interno del festival Fog alla Triennale, è tratto da sei dei racconti in cui Pavese fa dialogare uomini e dèi recuperandoli dalla mitologia greca: Il Mistero, La Belva, L’Uomo-Lupo, La Madre, Il Diluvio, Gli Dei. Insieme alle sue compagne di scena Laura Dondoli e My Prim, Silvia Costa dà ai sei dialoghi la forma di tableaux vivants all’interno di una scenografia che richiama senza troppi giri di parole un’imponenza della Grecia classica. Scomponibili e riadattabili, gli elementi vengono mossi dalle interpreti e di volta in volta riconfigurati verso la successiva soluzione scenica. La fatica applicata agli spostamenti delle scenografie si riverbera su quelle dinamiche che dovrebbero traghettare lo spettatore nel flusso degli eventi scenici e che invece non fanno altro che ostacolarlo. Stilisticamente impeccabili e immuni da intoppi, tutti i movimenti sono eseguiti con la sacralità con cui ci si immaginerebbe la biblica camminata sull’acqua, e i dialoghi enunciati con la stessa veemenza di una preghiera in punto di morte. Così il muro di separazione continua ad alzarsi e ad allontanare lo spettatore dalla presenza statuaria delle attrici in scena, dai loro gesti rituali e da una parola estranea. Nessuna àncora di salvezza viene lanciata dal palcoscenico, nessuna tra le suggestioni visive proposte dalla regia riesce a tradursi in chiave di lettura, spiraglio di più profonda comprensione di un testo già di per sé criptico. Bello il busto d’argilla che si stacca dal petto delle attrici, bella la lupa squarciata a metà che allatta Romolo e Remo, belle le lunghe catene di gioielli a tenere unite le interpreti mentre dalle loro bocche fuoriesce una parola pulita, bella anche lei. Bello tutto, ma privo di una sostanza in questo caso imprescindibile, a sostegno di un testo la cui traduzione scenica avrebbe necessitato di più consistenti significati. Invece rimangono plastiche le immagini, non si sforzano di proporre risposte, ma fanno da prolungamento al garbuglio degli enigmi esistenziali già proposti da Pavese, di vita e di morte, di vittorie e disfatte, della libertà del pensiero umano contro la mano divina che ne muove le azioni.

Nel paese dell’inverno si priva di un confronto dialettico con il testo da cui intraprende la sua riflessione, rimane traduzione letterale per la scena, non propone contrasti né uno sconcerto che Pavese non avesse già a suo tempo suscitato. Le belle immagini proposte si susseguono con la stessa prevedibilità con cui alla pagina di un libro ne segue una successiva, con le stesse abitudini con cui gli uomini procedono nelle loro esistenze ignari dell’occhio divino. Che se davvero si fermassero tutti a porre le giuste domande, troveremmo soluzioni a questi e ad altri quesiti sull’esistenza. Il punto non è perché ci hanno ucciso, spiega Ermete a Meleagro ne La Madre, ma “perché vi han fatto”.

Alessandra Pace

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