Recensione: “Nazieuropa”

nazieuropa
foto Raffaella Vismara

E’ impressionante accorgersi di cosa siano capaci di fare assieme un microfono ed un attore, attratta da una fatale forza gravitazionale la voce prende coscienza di se stessa, conosce i suoi dettagli, le rughe sottili dei bisbigli, certe consonanti liquide il cui sciabordio è un suono piacevole dalla parte della platea. E le parole raccontano una storia, nella forma di una sorta di talkin’ blues, di un recitativo musicale, instancabile, che non si arrende alle pause, che prende in prestito i fiati potenti del teatro civile,ma nel narrarla una storia diventa la storia, quella di un’Europa che ha vissuto il rifiuto nazista del diverso, ed ora mostra i segni, tutta la sintomatologia, di quel male che fa puntare i fucili fonetici contro il fenomeno dell’immigrazione, degli sbarchi.

Fa parte della compagnia dei Celestini questo interprete, entra con un sorriso in punta di piedi in scena, e ha nel cuore delle sillabe il sound suadente, il ritmo elegante delle aguas de março, di una pioggia incessante, sottile e piacevole, una di quelle piogge che porta lo spettatore a chiudere l’ombrello della passività, ad alzare gli occhi in direzione del palco per prendersela tutta, senza perderne nemmeno una goccia. Sembra un personaggio mulleriano, se ne sta sulla costa della scena a parlare alle onde, dando le spalle alle rovine d’Europa, le quali vivono nella forma di immagini che scorrono incessanti, trascinate dalla forza decisa, convinta, delle parole. Esprimono l’orrenda banalità del male nazista, sono straniate dalla musica, quel bianco e nero non sembra poi così distante nel tempo e nelle intenzioni,e poi mostrano la sofferenza ed insieme la dignità dell’immigrato, che sembra chiedere con gli occhi se avrà almeno diritto ad una sepoltura entra le mura di Tebe, se esiste ancora un’Antigone pronta a sfidare il Creonte delle porte chiuse con la forza della sua legge del cuore.

E poi sfilano, le une dietro alle altre, le voci contemporanee della paura e del rifiuto, di tutti quei blabla che coprono la voce sofoclea di chi nacque a legami d’amore e non d’odio. Al microfono si racconta tutto questo con la leggerezza di una piuma che prima di cadere si lascia cullare dal vento, sembra nicchiare, prendere tempo col tempo, ed atterra esattamente su ogni poltrona del teatro. Ha la carezza lunga l’attore, una carezza fatta di fonemi che ti scorrono addosso, e lo fanno con cortesia, gentilezza, hanno la forza di quelle verità che non hanno bisogno di piombo per pesare nel mondo. Beppe Casales, che è anche l’autore del testo, racconta ad un figlio non ancora nato, chissà se si avrà il coraggio di chiamarlo Futura come nella canzone di Dalla, e screzia di meravigliosi sorrisi interiori il suo dire, la sua laringe non perde un colpo, e batte con la maestria di una dattilografa, tutte, ma proprie tutte, le parole, le scrive con la voce come la pattinatrice descrive le sue geometrie morbide sul ghiaccio. Basta davvero poco per riempire la scena, un paio di riflettori puntati sul microfono, una serie di fragili barchette fissate idealmente nel tempo, appoggiate sul palco, simbolo potente che passa attraverso la song of innocence di blakiana memoria, dietro gli occhi di un bambino che, con la sua immediatezza, fa la tara al cicaleccio del mondo, ed è in grado di catturare in un’immagine il suono fermo, immobile, della carta che vuole navigare sull’acqua, e per una volta vuole scrivere da sé la sua storia.

Sembra che l’interprete abbia davvero fatto tesoro delle lezioni americane di Calvino, infatti ripiega la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità e la coerenza, con la cura di un maestro di origami, per dargli proprio la forma fonetica di una barchetta, di un monologo in grado di stare perfettamente a galla, di superare gli scogli della quarta parete, e di approdare nel sicuro porto della platea. Com’è accogliente questa voce, volutamente deviante, anzi opposta nelle intenzioni, rispetto alla “Nazieuropa” che racconta, come offre, con estrema naturalezza, ospitalità al pubblico, come sa farsi cuscino, ed ammorbidire il tonfo prosaico della verità tragica di un’emigrazione, di uno sbarco, che qui acquista l’incanto,la magia di un fiore di carta, della favola leggera di Benigni nel campo di concentramento, per ingannare, almeno per un istante, l’orrore con l’abracadabra di un gioco, per sfidare la crudeltà, che sa sfoderare a volte il mondo, con la gentilezza di una narrazione che vuole frasi abbraccio, condivisione.

Ecco dunque che i 60 minuti dello spettacolo acquistano la forza dell’intero istante di felicità del sognatore dostoevskijano, ecco che si ha la certezza che sia nato in un monologo una declinazione originale, uno sguardo nuovo, diverso, per raccontare in forma teatrale. L’attore si presenta così, all’inizio, come alla fine, avendo idealmente in tasca la didascalia pirandelliana dedicata al personaggio del Padre , “con dignitosa umiltà”, e bussando alle porte della platea, con la levità di quell’intenzione, riesce sicuramente a farsi aprire la porta dell’ascolto, e dietro di quella anche l’altra, quella dell’anima. E si ha la certezza che dentro ogni barchetta della scenografia, viva quest’efficace favola brechtiana necessaria per spiegare il mondo al mondo.

Danilo Caravà

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