Recensione: “Nato postumo”

nato postumo
foto Noemi Ardesi

Un appuntamento finito male, la paura di morire: da qui un uomo qualunque inizia il racconto della sua ultima estate, narrata in forma diaristica attraverso un registratore vocale; un resoconto da cui emerge il paradosso dell’uomo, animale sociale ed egoista, nascosto dietro un muro di indifferenza ma affamato di comunicazione. Nato postumo, scritto, diretto e interpretato da Francesco Brandi, in scena al Teatro Franco Parenti dal 30 ottobre al 18 novembre, indaga con un linguaggio tragicomico gli aspetti più reconditi dell’animo umano, sottoposto al giudizio dell’inquisitore più feroce: se stesso.

Gino è un uomo di circa trent’anni e lavora come postino nel piccolo paesino in cui è nato, cresciuto e in cui trascorre la sua insignificante esistenza: non ha amici, né una fidanzata, né una famiglia; non ha uno scopo ma soprattutto non ha un sogno. Così, quando all’improvviso crede di morire, si accorge di non aver mai vissuto e sente l’esigenza di lasciare una piccola traccia di sé nel mondo: un lungo sfogo, da sempre trattenuto, in cui afferma disperatamente la sua condizione di sofferenza e solitudine ma anche il desiderio di raccontare e raccontarsi, finalmente libero di dare voce ai propri pensieri, finalmente vulnerabile. Lo spettacolo – concepito per un pubblico ridotto ed ideale per un ambiente raccolto, come la Sala Treno Blu del Parenti ‒ conduce lo spettatore direttamente nella scena e nella vita del personaggio, un uomo “normale”, capace di generare facilmente un sentimento di empatia: chi, infatti, non si è mai trovato a riflettere sulla propria esistenza con il timore di non aver fatto nulla per sé né per gli altri? Quello che era nato come uno discorso liberatorio si trasforma, allora, progressivamente in una dolorosa confessione, dal momento in cui Gino comprende che il problema suo e dell’intera società si può riassumere nell’omissione di soccorso verso se stessi, il prossimo e la comunità, una grave colpa di cui lui per primo si è macchiato.

Nel suo primo monologo Francesco Brandi mette in scena il percorso di redenzione e reazione di un individuo indifferente, dall’aria stralunata, che, sempre “zitto e fermo”, assiste passivamente al deterioramento suo e della collettività. Il movimento incessante del personaggio, che, in sella alla sua bicicletta, pedala senza mai spostarsi nello spazio, si oppone efficacemente all’immobilità della sua condizione, richiamata invece da una scenografia e dalla musica di atmosfera rétro, che sembra caratterizzare l’esistenza polverosa di Gino e degli abitanti del paese. Sebbene, infatti, l’azione non si sposti mai dalla casa del protagonista, l’ambiente esterno viene ricreato dal flusso di parole e in esso si riconosce il tipico paesino di provincia, eternamente vecchio, eternamente triste e uguale a se stesso. Il punto irriducibile di questo universo è il bar, un luogo costellato di personaggi surreali, grotteschi, che sembrano riecheggiare il celebre romanzo di Benni, ognuno con un soprannome che ne riassume l’esistenza nel sogno infranto: da Fëdor, il padre di Gino, professore di letteratura e appassionato di Dostoevskij, a Del Piero, il migliore amico d’infanzia, vero talento calcistico in seguito uscito di senno; persino gli alpini entrano a far parte di questo gruppo di tristi figure, ostinati nella loro volontà di raccontare con fervore nostalgico le imprese di una guerra persa, senza ammettere la sconfitta. In realtà, però, anche Gino ha un sogno, protetto e celato in un grande baule: per ogni cattiva notizia, bolletta e tassa, costretto a consegnare, scrive una lettera, un pensiero di affetto, destinato a non essere mai consegnato ma, comunque, a creare un contatto con il mondo circostante.

Quando ormai sembra non esserci più alcuna possibilità di riscatto per Gino, sprofondato in un tunnel di solitudine e autodistruzione, la morte di una persona cara gli permette di raggiungere una nuova consapevolezza: c’è ancora speranza per l’essere umano di essere amato disinteressatamente ma prima è indispensabile trovare il coraggio di parlare e ascoltare, di soccorrere e lasciarsi soccorrere, di accettare le proprie fragilità. Così, mentre le sorti del protagonista si fanno sempre più incerte, la sua vita ricomincia, rinnovata dalla speranza di redenzione di sé e della società, oltre che da un nuovo scopo: il personaggio abbandona la scena consegnando ad ogni spettatore della prima fila una lettera, creando, finalmente, un concreto contatto con la collettività. In una società in cui tanta importanza ha acquisito l’idea di “condivisione”, Brandi invita ad una riflessione sull’esigenza di una comunicazione tangibile, che scopra l’essenza dell’animo umano; un impegno civile che è necessario assumersi nei confronti di se stessi e del prossimo, sia esso un genitore, un fratello, un vicino di casa o, perché no, il postino che ogni mattina cerca di sorridere porgendo l’ennesima bolletta.

Angelica Orsi

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