Recensione: “Moving with Pina”

moving with pina
Foto Antonella Carrara

Pina Bausch sopperiva con la danza alla sua assenza di dimestichezza con la parola, introduce Cristiana Morganti. Il movimento era per Pina linguaggio, mezzo di comunicazione.

E tu, tu che ami tanto parlare, perché danzi? Chiese un giorno Pina a Cristiana.

“Voce!” grida qualcuno tra il pubblico, non appena ha finito di pronunciare la frase.

E allora ecco che la domanda di Pina, a decenni di distanza, trova una risposta nella sala della Triennale Teatro dell’Arte. Parte la musica e Cristiana inizia a danzare, come a dire che chi danza non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, e che per ascoltare ci vuole ben più di un udito impeccabile. Finito l’assolo, Cristiana si premura di verificare che tutti gli spettatori possano sentirla, anche quelli più esigenti, e prendendosi in giro stabilisce fin da subito un’intesa goliardica e amichevole con la sala.

Su questa atmosfera prosegue per tutta la sua durata la “conferenza danzata”, il Moving with Pina di Cristiana Morganti, storica interprete del Tanztheater di Wuppertal. Più che da conferenza, in realtà, il clima è quello di una conversazione. Perché sebbene monologante, la voce e il corpo di chi racconta presuppone una complicità, e non solo un ascolto. Presuppone l’intimità tra chi sta svelando i retroscena di una delle più grandi e influenti coreografe del nostro tempo e quelli che ascoltando hanno l’impressione di cogliere anche solo una stilla della sua essenza.

In diretta discendenza con Rudolf Laban e Kurt Jooss, passando per la danza espressionista di Mary Wigman, Pina Pausch non ha certo dovuto aspettare la morte per essere consacrata rockstar indiscussa della danza. E Cristiana questo lo racconta, di come la sua presenza non terminasse laddove terminano normalmente i confini di un corpo umano, ma di come quel corpo di danzatrice prima ancora che di coreografa, fosse percepibile molto al di là dell’estensione di un braccio o di una gamba. Lei che in ogni ritratto fotografico appare come figura esile dai lunghi capelli raccolti e l’immancabile sigaretta in mano, era davvero una donna la cui potenza non risiedeva nella parola. Fatta eccezione, prosegue Cristiana, per i momenti che dedicava alle correzioni, il giorno seguente alla replica. Se la replica durava tre ore, il momento delle correzioni era di quattro. Esigente sì, ma diplomatica, sempre rispettosa nei confronti dei suoi danzatori e del loro lavoro. Di alzare la voce non aveva bisogno. E per spiegarsi, cosa che odiava fare, le bastava dare un’immagine, una sensazione. Un giorno interruppe una prova generale prima ancora che si accendessero le luci sul palcoscenico, perché dalla qualità dei passi con cui i danzatori stavano entrando in scena al buio, aveva capito che non erano pronti. Un’altra volta aveva espresso dei dubbi sulla velocità di una corsa basandosi sul fatto che quella corsa avrebbe dovuto produrre un vento, e che invece dalla platea non le si era mosso nemmeno un capello quel giorno.

Donna quanto mai misteriosa, soprattutto agli occhi di chi non ha avuto la fortuna di incontrarla da vicino, e discreta tanto da diventare imperscrutabile e inaccessibile. Anche per i suoi danzatori talvolta, che al momento di dover affrontare la nascita di una nuova creazione erano chiamati a rispondere alle domande, circa un centinaio, che Pina preparava per loro. Domande la cui risposta poteva essere verbale o no, e che non di rado sfioravano il surreale, poetico o no. Quando si ama si soffre. Illustrami tre modi per rubare. Usa il tuo corpo come uno strumento musicale. Sono solo alcuni degli esempi che Cristiana riporta, mostrando al pubblico le sue risposte tradotte in danza, e il modo in cui poi si evolvevano fino a diventare assolo, spettacolo, poesia per gli occhi.

E davanti agli occhi dello spettatore si dipanano alcuni fra i più significativi momenti incisi nella storia della danza, Café Müller, Kontakthof, Agua, Le Sacre du Printemps, per cui sempre saremo grati a Pina Bausch. E a Cristiana Morganti, per aver fatto partecipare lo spettatore non solo alla loro esecuzione, ma alla più intima e adesso un po’ meno inaccessibile, creazione.

Alessandra Pace

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