Recensione: “Mimì”

foto Totò Clemenza

Appena l’interprete comincia a cantare si ha immediatamente l’impressione che Dioniso stesso sia comparso in sala, ed abbia preso cittadinanza fra quelle quattro pareti. Ed in sala ci si sente come Arianna, pronta a farsi stordire, ad abbandonarsi all’estasi trascinante del canto di questo nume del sud, e dal suo corteo di musicisti in grado di assecondare e amplificare il suo diaframma bacchico, che ha una legione di fiati a gonfiarlo ed agitarlo.

Mario Incudine, incarnando meravigliosamente un nomen omen, una predestinazione già presente nel nome, batte la sua voce, come fosse un martello, sulla propria anima, per modellarla , per farne arma tagliente e puntuta da usare con gagliarda spavalderia, con picaresca scaltrezza in direzione dello spettatore, ed ad ogni nota ci si accorge di quanto sia un abile spadaccino fonetico, in grado di incidere nel profondo dell’attenzione del pubblico la M di Modugno. Lo racconta, con la forza e la determinazione di un aedo siciliano, che narra i miti di quella terra, i personaggi che hanno l’odore del sole e della fatica, la sua voce vibra con la forza e la costanza della cicala che frinisce, quasi a voler scheggiare la dura terra riarsa e le pietre che la imbozzano. Ed il suo canto, per scriverla alla Sant’Agostino, prega due volte, anzi recita due volte, è una finestra spalancata, l’otre di Eolo pieno di tutti i venti da soffiare e risoffiare sulla platea.

Sembra farsi un segno grafico il suo corpo, un unico enorme sorriso, una incontenibile joie de vivre ricercata pervicacemente, strofa dopo strofa, una forma a priori, di kantiana memoria , che insieme allo spazio e al tempo filtra la percezione del sud, ed allora può avvenire che la sofferenza del vivere, i patimenti ed i dolori abbiano la forza ed il coraggio di alzare la testa, come l’Epicuro raccontata da Lucrezio, e guardare verso il cielo e cantare, per ricordarsi d’essere fatti di quella stessa materia eterea. E’ arduo comprendere dove inizia il canto e finisce il racconto, il punto esatto dove il cunto de li cunti si fa strofa, in realtà sfumano entrambi in uno stesso orizzonte, nell’energia di un vibrato che prima diventa un paio di lunghe braccia spalancate, e poi un abbraccio stretto stretto, uno di quelli che anticipano i lunghi viaggi. Il cantante è letteralmente posseduto dallo spirito di Modugno, lascia che invada ogni cellula del suo essere, si abbandona ad un rito teurgico, si fa Pizia ed oracola la musica di questo Apollo salentino che si fece siciliano d’adozione, che decise, su consiglio di Sinatra, di seguire un sud ancora più profondo e viscerale, per scavare con le dita della laringe l’amara terra della carne, e trovare al di sotto il tesoro di un’anima preziosa e lucente.

“Amara terra mia” e “Malarazza” sono solo due esempi della capacità dell’attore di fare di una canzone un intero mondo, di far risuonare a pieni polmoni la musica di una guerra necessaria che la vita fa alla vita, di una struggente voglia di trovare il momento perfetto abitato dalle emozioni più forti, in cui la voce stessa si fa personaggio, si fa essere umano in grado di danzare a piedi nudi, di abbandonarsi ad una vivace e vorticosa taranta in cui esprimere la quintessenza dello spirito vitale. E’ uno sciamano, dunque, l’interprete celebra un rito antico, pagano, che ha l’odore del grasso arrostito offerto alle antiche divinità, prende per mano l’intera platea, la coinvolge, la seduce e la fa sua con la generosità e la forza di un amante latino. La doppia regia di Giuseppe Cutino e Moni Ovadia dona valore aggiunto a questa piece, e riesce a trovare la quadra tra parlato e cantato, creando una forma ibrida di matrice brechtiana, un epische Theater in cui l’irresistibile canaglieria di Mackie Messer vive alle calde latitudini della Sicilia. I testi di Sabrina Petyx sono espressione di un’alta sartoria in grado di cucire addosso all’attore un vestito drammaturgico di scena in cui recitare, e cantare comodamente. L’orchestra ha il pregio di farsi potente quanto un coro greco, di farsi coinvolgere nei girotondi e nei giochi di Incudine, di essere la continuazione ideali dei suoi gesti e delle sue parole, completa con efficacia un corpo scenico che si muove con disinvoltura sul palcoscenico. Ma la magia di questo novello Cotrne vive soprattutto nella voce, con la quale sembra trasumanare da se stesso, sembra davvero Volare come nella canzone “Nel blu, dipinto di blu”. Il suo segreto è un’antica pietra filosofale in grado di mutare il piombo in oro, ed è la generosità, la capacità di farsi pane scenico da spezzare ed offrire in sala per una nuova ed eterna alleanza con il pubblico. Ha il merito di non limitarsi ad offrire il fenomeno Modugno, la sua apparenza pirandelliana, così come potrebbe parere dietro un paio di occhi altrui, bensì il suo essere-per-se-stesso, la sua essenza, la sua ostinata ricerca di felicità trovata in ogni nota timbrata, sostenuta, spalancata con fiducia verso la vita, in una sola parola quella modugnità in grado di rendere l’interpretazione di ogni brano musicale un’esperienza unica ed irripetibile. Rubando e parafrasando le parole alla famosa canzone, a fine spettacolo si ha davvero l’impressione che un sogno così non ritorni mai più, e che le mani del cantante, il suo viso, gocciolino ancora di quel blu libertario che profuma di cielo.

Danilo Caravà

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