Recensione: “Io, mia moglie e il miracolo”

miracolo

Guardando “Io, mia moglie e il miracolo” al Teatro Fontana non si può non pensare ad un deciso passo in avanti per Punta Corsara. Della napoletanità a cui ci hanno abituato sinora rimane solo una cadenza lontana dei personaggi, ma la metropoli in cui si svolgono i fatti potrebbe essere una qualunque metropoli. Addirittura una non-metropoli, verrebbe anzi da dire, un non-luogo in cui si rivelano anche riferimenti evidenti ad alcuni caratteri del cinema americano.
Uno sceriffo in stile cattivo tenente e una prostituta che ricorda la Uma Thurman di Pulp Fiction sono solo alcuni degli elementi che si inseriscono in questa commedia inquietante, che ruota attorno alla scomparsa di una bambina la quale, nella versione dei suoi genitori, sta semplicemente partecipando ad una sperimentazione scolastica che la costringe a scuola all’infinito. Il tutto mentre in città pare sia comparso una sorta di guaritore. Una figura capace di far tornare alla vita i morti.

Gianni Vastarella è autore di un testo che è una macchina comica perfettamente funzionante e che si arricchisce ulteriormente grazie al forte contrasto dato dalle scelte estetiche della sua stessa regia. Un palcoscenico vuoto, quasi sempre in penombra, in cui gli spazi drammatici vengono intelligentemente evocati dai soli tagli di luce, e in cui i personaggi si muovono come in un girone dantesco surreale, ricordando delle anime perdute
ciascuna delle quali con a carico il proprio piccolo inferno personale. Ciascuno con qualcosa da nascondere agli altri e, verrebbe da pensare, anche in cerca di una propria espiazione. Di un piccolo miracolo, quando arrivano ad affermare di crederci.

Questo della compagnia partenopea è un gioco che corre sempre lungo il sottilissimo filo che separa, e a volte intreccia, la comicità di una drammaturgia fatta di battute cicliche che si ripetono fino allo sfinimento, e l’isteria alienante di dialoghi che lasciano cadere, proprio in quello stesso vuoto scenico, ogni razionalità, fino al punto di impedire loro qualsivoglia
contatto fisico. Viene dunque portata nella recitazione un pizzico di astrattezza, incastonata perfettamente in questo ingranaggio di estrema essenzialità e che lascia grande spazio alla bravura degli attori, nonché, come detto, all’efficacia della scrittura.

Si ride sì, ma si sta anche con il fiato sospeso, nella piena consapevolezza di stare osservando la punta di un iceberg che presto emergerà per intero e con una strana sensazione di paura che si insinua sottopelle, mentre aspettiamo il punto di rottura finale.
Il momento in cui questo gigante di ghiaccio ci travolgerà.

Un esperimento decisamente riuscito, un intreccio di stili non privo, per altro, di una forte carica poetica e allegorica, grazie a cui vengono raccontate e stemperate le singole tragedie che muovono la storia. Perché una bella commedia si nutre necessariamente anche di un po’ di tragedia. E persino l’idea della morte riesce a essere dimenticata, anche se sempre in qualche modo presente.
Da vedere, decisamente. Che si creda, oppure no, ai miracoli.

Dario Del Vecchio

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