Recensione: “Medea”

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foto Umberto Favetto

La Medea di Daniele Salvo, in scena al Piccolo Teatro Strehler dal 13 al 29 marzo, viene definita nelle sue note di regia come un “riallestimento assolutamente filologico” della regia di Luca Ronconi. La dichiarazione d’intenti di Salvo è quindi chiara fin dall’inizio: “ho voluto riproporre nei dettagli la regia di Luca Ronconi, senza nessuna intromissione e nessuna aggiunta o sottrazione, ritrovando l’itinerario già percorso da Luca”.

A questa dichiarazione si è mantenuta fede a partire dalla riproposizione di Franco Branciaroli come Medea, ruolo già interpretato nel 1996 con Ronconi. La recitazione di Branciaroli rimane un punto di forza dello spettacolo, dato che, volutamente esagerata e quasi parodistica, si divincola da qualsiasi forma di realismo e naturalezza, che ora da Salvo e prima da Ronconi, vengono considerate un “condizionamento percettivo e culturale in cui il pubblico oggi è immerso a causa dei mezzi di comunicazione di massa”. L’elusione del realismo permette a Branciaroli di riavvicinarsi al teatro delle maschere greco, per cui ben prima di indossarne una dorata, riesce a far percepire che il suo ruolo sul palco non è quello di una donna tradita, bensì di un personaggio universale. La parlata e i movimenti del protagonista, a volte fortemente umoristici, hanno catturato l’attenzione e hanno traslato l’intera rappresentazione su un piano fortemente grottesco, che ha reso il tutto ancora più tragico e inquietante.

La recitazione sopra le righe è ben sostenuta anche dal resto del cast, in particolare un appunto va fatto alla performance di Alfonso Veneroso, che nei panni di Giasone ha mostrato una versione dell’argonauta decisamente contemporanea, atta a svelare un lato diverso dell’eroe conosciuto: il Giasone inscenato è quello visto dagli occhi di Medea, un farabutto menefreghista ed egocentrico con cui è sicuramente difficile empatizzare, se non nel momento della scoperta dell’uccisione dei figli, in cui finalmente svela un po’ di sincero amore per qualcuno.

Una scelta che si condivide ampiamente è quella di continuare a proporre una Medea uomo. Le ragioni di Salvo, analoghe a quelle di Ronconi, sono piuttosto chiare: Medea non è né una donna lacerata dall’amore, né tantomeno un personaggio femminista e, scegliendo un protagonista maschile, si riesce con maggiore chiarezza a sottrarla da questo tipo di interpretazioni, così da poterle dare un valore maggiormente oggettivo, quello di “maschera impenetrabile”, come la definiva Ronconi.

Altro elemento da notare della rappresentazione è senz’altro la commistione fra modernità e antichità, che ha permesso di far giungere lo spettacolo in una sfera atemporale. Il mash-up si è visto soprattutto negli interventi del coro e della cantrice, che hanno dato un forte sentore di grecità alla rappresentazione, ricordando proprio le originarie tragedie di Euripide, ma che al contempo hanno riportato alla contemporaneità grazie ai costumi e agli oggetti di scena, che invece erano tipicamente anni ’30. Un altro forte elemento di commistione tra passato e presente è l’allestimento della scenografia: la maggior parte degli elementi di scena ricordavano il novecento, dalle poltrone del cinema, ai fornelli, al pianoforte, ma a tutto ciò si sono unite delle trovate decisamente futuriste, quasi cyberpunk, come l’altissima scalinata di ferro rappresentante il palazzo di Creonte o il muletto su cui poggia Medea verso il finale. La trovata di far salire Medea su quella piattaforma, seduta su una vasca da bagno interamente sporca del sangue dei suoi figli è stato il punto di massimo climax, decisamente punk e grottesco, quasi agghiacciante.

Una nota negativa va ai movimenti di scena: forse un po’ troppo macchinosi, al punto che alcuni cambi sono risultati spiazzanti e distraenti. Anche le luci potevano essere usate maggiormente, perché nonostante in alcuni momenti abbiano contribuito a creare un ambiente suggestivo ed evocativo, in altri punti dello spettacolo sono state quasi del tutto dimenticate.

Jasmine Turani

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