Recensione: “Matilde e il tram per San Vittore”

matilde

Guardando lo spettacolo ci si convince che deve esserci un dio che conta le lacrime delle donne, e quelle gocce bruciano ancora di più sulle guance di chi guarda. Può accadere allora che Euripide si inventi una nuova tragedia durante gli scioperi che coinvolsero i grandi stabilimenti del Milanese, durante la seconda guerra mondiale, e delle retate che ne seguirono. Dunque, per costruire il potente dramma, basta mettere in scena tre Ecube in attesa che Taltibio sfondi la porta per comunicare le infauste notizie del campo degli Achei, che indossano l’uniforme della milizia e della wermacht, ma sono sempre gli stessi, pronti a spartirsi il bottino di guerra, a menar fendenti con la voce, a fare della violenza l’arma più puntuta e letale.

Queste voci femminili, ventrali, di un coro che si è fatto sottile, essenziale, danno al fango ed al sangue che raccontano la forza civile della tragedia, e scagliano con forza e determinazione i coturni, in forma di fonemi, in grado di scuotere fino alle fondamenta la platea. Una voce di donna, una voce di madre, di moglie ferita, offesa, piega, per un attimo, persino i mitra puntati, fa chinare il capo e provare vergogna anche agli dei, i quali non possono che guardare con rispetto la dignità di queste troiane, basta infatti un loro gesto, una loro parola, perché le mura di Ilio rinascano attraverso la forza di una ribellione, di un coraggio stoico, del sorriso marcaureliano di rimando alla morte. La triade femminile si compone sul palcoscenico al pari di un concertato d’archi, che alterna ora la cupa risonanza nel ventre dello strumento corporeo di note basse, fatali, vibrate e grattate sulla spessa corda vocale, ora impegnate in una scalata lungo il pentagramma per catturare in un solo colpo d’archetto un diluvio di note alte che tiene dietro alla frenesia di un racconto che cattura l’anima e la mangia insieme.

Arianna Scommegna porta in dote al suo personaggio il suo capitale di dionisiaca lombardità, di uno schiaffo, della gragnola di pugni fonetici testoriani che atterrano, che mettono alle corde il torto di una vicenda che grida vendetta la cielo. Debora Villa scuote il suo dire, le sue ottave più alte, come se fossero i fucili della brechtiana Madre Carrar, ed il vestito della tragedia le casca alla perfezione. Rossana Mola è un pettirosso da combattimento, una voce che scioglie hegelianamente la contraddizione degli opposti, insieme sottile come il letale acciaio di un fioretto e stentorea quanto il canto di preghiera del muezzin.

Il regista Renato Sarti riesce a far deflagrare i fonemi di queste novelle incarnazioni di Cassandra, di Andromaca, di tutte le donne dei teucri le quali, al grave danno che le sovrasta per volere di Giove, oppongono un pugno levato verso il cielo, la dignità e l’orgoglio di uno stendardo di lotta che hanno afferrato dalle mani degli uomini destinati all’internamento nei lager, il testimone di una battaglia contro l’orrore e le barbarie. Sono sufficienti i tavoloni di una mensa aziendale per fare di una scena un mondo, e fatalmente quelli messi in verticale sono destinati a cadere come le porte scee, come un ridotto di resistenza fatto di dignità, sono ganasce meccaniche di un leviatano totalitario, che masticano impietosamente brandelli di famiglie operaie, sono colpi che si abbattono nelle notti di terrore e nebbia, che lasciano all’anima giusto il tempo per gridare il proprio sdegno, ma diventano anche le banchine di una stazione, dove Alcesti ed Admeto cercano disperatamente di ritrovarsi attraverso il duro filtro di un vagone piombato. La felice intuizione registica è quella di affidare ad una voce giovane, di ragazzina, quella di Matilde, per la cui interpretazione sono previste alternativamente Giulia Medea ed Elisa Rusu, l’alto canto tragico dell’epilogo. Questa fanciulla sale con vivacità e determinazione sul treno di San Vittore, per cercare la madre incarcerata, come una Zazie sul metrò. Ha una voce pura, cristallina, maieuticamente fatta nascere da una regia attenta, capace di accompagnare per mano ed accarezzare questi delicati fonemi. Racconta la tragedia, Matilde, con la naturalità e lo stupore con cui si guarda lo sbocciare di un fiore, ha un’anima che sembra fatta di seta, che a toccarla attraverso le sue parole si ha l’impressione di toccare l’invisibile sostanza di un cielo, si ha paura di sgualcirla, anche solo ascoltandola.

E’ dolce, dunque, ed insieme amaro, naufragare tra le parole di questo racconto che si fa necessario, via via che viene srotolato sulla scena, ed il dramma, i ritorni, quelli veri e quelli mancati, dal lagher, hanno il loro acme nel diventare foneticamente in punta i piedi, come la neve, quando cadono, non fanno rumore nell’aria, ma fanno vibrare di un suono cardiaco, intimo, personale lo spettatore. Si arriva fatalmente a sentire la salsedine nel naso, una leggera sfocatura negli occhi, quella che sta appena un attimo prima al tracimare del pianto, verso il finale di questa storia, e non potrebbe essere altrimenti. La commozione è una necessaria catarsi, un patto con la platea affinché la memoria delle donne di questi coraggiosi operai, di Matilde e della sua ostinata ricerca del tram per San Vittore, si scavino un posto profondo ed indelebile nella memoria e nella coscienza degli spettatori, che sembrano voler abbracciare con il loro applauso questi coraggiosi e potenti scriccioli femminili i quali hanno, scritto, hanno fatto la Storia, quella che non trova cittadinanza nei libri scolastici.

Danilo

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