Recensione: “Maleducazione transiberiana”

Maleducazione

Le tre domande che Maleducazione Transiberiana ci pone sono: cosa volevamo fare da grandi? Cosa facciamo adesso? Cosa vorremmo che facessero i nostri figli? Davide Carnevali ci porta così in un viaggio nel mondo della pedagogia per l’infanzia che passa attraverso i più sentiti modelli che abbiamo avuto e che hanno, oggi, i nostri figli. Ovvero i cartoni animati. Gli ingredienti sono, più o meno in ordine, le ambizioni di una generazione di trenta-quarantenni messe davanti allo specchio attraverso l’impietoso immaginario dell’animazione giapponese (ma non solo), per lo meno come sembra essere visto dall’autore. Una coppia di neo genitori in cerca nient’altro che di una grottesca eccellenza per il nido la bambina. Un Holly Hutton il quale raggiunto, finalmente, il sogno di giocare nel campionato brasiliano si ritrova, fallito, a chiedere aiuto dopo anni di lontananza al vecchio amico Benji, diventato una sorta di broker in stile imbruttito con auricolare bluetooth. Una cenerentola versione duemiladiciotto che si ritrova con la possibilità di andare al party della vita piena di debiti per la carrozza e i cavalli, ma desiderosa di arrivare sulle poltrone che contano. Un’attenta analisi Marxista della congiura di marketing per l’infanzia per antonomasia: Peppa Pig. Nella crudele narrazione di un padre che cerca di educare la figlia, appunto, al pensiero critico. Monologo per altro, molto bene recitato.

La creazione di Carnevali ricerca toni brillanti, ma la macchina non sempre funziona come dovrebbe. A tratti si ingolfa e stenta a macinare, anche per una drammaturgia composta per quadri, seppure raccordati dalle trame iniziali dei due genitori di cui sopra. Un collante questo che risulta, però, leggermente debole se si guarda all’economia ritmica generale dei settanta minuti di spettacolo. Anche se, come detto, che non mancano momenti esilaranti come il citato monologo riguardante Peppa Pig, ma anche il dialogo grottesco tra un giovane padre e una giovane madre che non desiderano altro che il migliore dei nidi possibili per la bambina. Un nido che la sottoponga a talmente tante attività da non doversene praticamente più occupare fino al suo diciottesimo anno di età. In questo Holly e Benji pongono un quesito interessante. Cosa è rimasto dei valori di altruismo e spirito di sacrificio di cui vivevano da bambini?

Molto bravi gli attori Fabrizio Martorelli, Silvia Giulia Mendola e Alberto Onofrietti. Forse qualche incongruenza registica. L’elemento video viene usato nei punti giusti e interagisce bene con i personaggi in scena, ma l’impressione è che basterebbe da sé a supportare l’azione, mentre contrasta invece il resto degli elementi scenografici, che ricerca in qualche modo la semplicità domestica ma non rende chiari i luoghi fisici in cui si svolge l’azione. La carne al fuoco, insomma, è tanta. Le citazioni del testo anche, e vanno da Walter Benjamin, passano attraverso Fourier per giungere a Brecht, nelle parole finali della madre della medesima bambina e che sterzano decisamente rispetto alla direzione netta che tiene il resto dello spettacolo, lasciandoci con il dubbio su quale sia il reale punto di vista contenuto nel testo.

Del resto, se pure fossimo nel migliore dei mondi possibili, a qualcuno resterebbe sempre il dubbio che ne esista uno migliore. E se non vi fossimo ed esistesse una via per raggiungerlo, chi potrebbe affermare con certezza quale sia quella giusta? Palla a noi su questo.
Esperimento riuscito. Sarebbe bello rivederlo in una versione più tagliente.

Dario Del Vecchio

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