Recensione: “Malagrazia”

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Ha preso il via al Teatro Elfo Puccini l’edizione 2018 della rassegna Nuove Storie curata da Francesco Frongia. Un mini festival dedicato al tema della famiglia e ai conflitti che la animano.

L’onore di aprire le danze, in una sala Bausch sold out, spetta a “Malagrazia” della compagnia Phoebe Zeitgeist. “Arrivare a comprendere è un percorso faticoso” viene detto nella seconda metà dello spettacolo, forse un avviso tardivo allo spettatore che, ormai da una buona mezz’ora, si stava sforzando a mettere insieme i pezzi per contestualizzare e dare una storia ai due ragazzi che si è trovato di fronte entrando in sala.

Se senti il rumore dell’aria che gira i tuoi desideri scompaiono.

Le informazioni ci vengono date un po’ alla volta, ma l’esercizio di cercare il bandolo della matassa in un mondo al limite tra reale e fantasia risulta più che mai piacevole. Quello che appare sono due fratelli, Carmelo e Sebastiano rinchiusi in un bunker su un’isola mentre fuori “tutti muoiono a ciclo continuo”. Quello che succede fuori, però, è marginale, è dentro che si sviluppa il rapporto tra i due fratelli, Sebastiano forte e risolutivo, Carmelo debole e accondiscendente. Un rapporto che sembra escludere l’affetto in favore della supremazia di Sebastiano su Carmelo, al punto che, ancora una volta, chi è sul palco sembra leggere la mente del pubblico quando arriva la domanda “Bastiano ma che ti ho fatto?”.

malagraziaGli attori Edoardo Barbone e Daniele Fedeli con la loro recitazione esaltano il già ottimo lavoro di Giuseppe Isgrò e Michelangelo Zeno. Una prova che emoziona dal primo all’ultimo minuto e che richiede un’intensità costante perché lo spettacolo parte subito in quinta a livello fisico e cresce in modo esponenziale a livello emotivo. I loro corpi si muovono in coreografie che passano dalla schizofrenia alla leggerezza di una farfalla, le loro voci diffondono la poesia del testo, perfetti e complementari in due personaggi a dir poco complessi, riescono perfino a strappare qualche sorriso nel mezzo della loro drammaticità.

Altro fiore all’occhiello di “Malagrazia” è sicuramente il disegno luci. Luci tutte sul palco e attivate direttamente dagli attori che arrivano perfino a cambiarne i filtri. Fondamentali diventano di conseguenza anche le ombre che si creano sul drappo e sui muri della sala. Una perla la scena illuminata solo da una torca a intermittenza che sottolinea marcatamente sia la tensione sia ogni minima espressione del volto degli attori.

Inquieto e compulsivo, lo spettacolo affronta più volte il tema della morte al punto di presentarla anche nella scenografia con quelle ossa che penzolano in mezzo alla scena. Che sia quella dei genitori, la loro o quella di un animale, la morte è un argomento che affascina e confonde i due giovani, per loro sembra trattarsi semplicemente di un corpo che smette di funzionare e capirne la ragione non è semplice. Ma alla morte non può non opporsi la vita e il desiderio di un figlio per iniziare una “nuova stirpe”. Completamente nudi al traguardo Edoardo Barbone e Daniele Fedeli chiudono come avevano iniziato sempre al limite tra la realtà e la fantasia, tra l’impresa di un adulto e il gioco di un bambino.

Ivan Filannino

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