Recensione: “Lungs”

lungs

Quanta capacità può avere mediamente un bel paio di polmoni? Questo spettacolo sembra dimostrare che ci stiano ben più dei 5 o 6 litri standard, ci stanno tutti i fiati degli interpreti, che prendono la rincorsa sul diaframma, che sta proprio lì, al confine delle emozioni ventrali, quelle più vere e profonde, diventano battute serratissime, e tutta la vita di una coppia potrebbe stare nel tempo del monologo di Lucky.

Il regista di questa piece, Massimiliano Farau, ha il merito di aver agito da esperto speleologo di sottotesti, ed è piacevole per lo spettatore riscoprire la dimensione essenziale del teatro, così essenziale che Occam non riuscirebbe a grattar via una briciola di superfluo, un attore, un’attrice, le loro parole, i loro gesti, nient’altro. Hanno i polmoni buoni questi giovani interpreti per la maratona di parole, che riescono a pronunciare con scioltezza, con la naturalità, conquista difficile, quanto, pessoianamente, fingere che sia dolore, il dolore che sentono veramente. Perché quello che tiene in un instancabile piano sequenza lo sguardo del pubblico fisso su di loro, è quell’aroma di anima che si fa strada nella loro recitazione, come un caffè, lungo una moka, quel profumo di sentimenti che brillano come fresca rugiada sugli occhi, sotto i riflettori, e che non si può non notare seduti lì, proprio a pochi passi da loro.

Anche il severo Stanislavskj, avrebbe forse pronunciato il suo “ci credo”, avrebbe sfogliato idealmente, attraverso questi due interpreti, il suo lavoro dell’attore su se stesso e sul personaggio. Una coppia scopre la possibilità di avere un figlio e da lì, da quel primo motore aristotelico, riscopre se stessa, prende coscienza di sé, ed il dialogo diventa qualcosa di simile alla dialettica hegeliana del servo e del padrone, quelle pagine tanto amate dagli esistenzialisti, quella ricerca di riconoscimento del proprio fragile sé, che passa attraverso lo specchio dell’altro. E quando i fonemi sono pronunciati in direzione della platea, in quella forma straniata, in quel voluto a-parte, sono sentimenti in purezza, basta sorseggiarne poche gocce per inebriarsi, sono un alchimia, il cui segreto sta tutto in quello sguardo sicuro, diretto, definitivo, lo stesso con cui il rigorista guarda il portiere, che sta davanti alla rete della platea, e sa che quell’istante potrà gonfiarsi, potrà prendere in prestito altro tempo, e diventare una tesa, ed insieme piacevolissima, ora e mezza. Per trascendere le rigide unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’azione basta riempire i polmoni e soffiare forte, ed allora può accadere che, come un ciuffo di peli bianchi del soffione, del tarassaco, vola via col vento, così un passo è sufficiente per cambiare luogo, ed una battuta o un gesto sono bastevoli perché le lancette del tempo girino velocemente, e si ritrovino in un futuro vicino o lontano. Va riconosciuto anche al drammaturgo contemporaneo, Duncan Macmillan di aver regalato all’anima di una coppia una prova empirica, una realtà, che si interroga sul clima, sull’instabilità politica, e lo fa declinandosi attraverso l’umana latta di questo odierno schiaccianoci, e una fata confetto che viene voglia di abbracciare proprio quando i suoi abracadabra sembrano non funzionare, quando il suo dolore, così terribilmente umano, è depositato in un silenzio, in una gravidanza interiore fatta di sensazioni e pensieri, che volano molto più in alto delle parole.

Sara Putignano prende per mano insieme il suo personaggio e lo spettatore, e mostra quanto è profonda la tana del Bianconiglio, quanto sia magica ed insieme assurda la realtà interiore ed esteriore. La sua vocalità, utilizzata con semplicità e spontaneità, è acqua in grado di conquistare l’esatta forma, e la sostanza, dello stato d’animo del momento, e funambolicamente cammina con un sorriso interiore, screziato di lacrime, tra la gioia e la sofferenza, è la vita stessa, evocata nella famosa aria dell’Andrea Chenier. Davide Gagliardini, è un ottimo compagno di scena che mette a frutto e capitalizza ogni assist della sua partner teatrale. Ha la capacità, evocata da Parenti, di farsi recitare dall’altro, o meglio dall’altra, di impregnarsi degli umori dell’altrui vocalità. La sua laringe è uno strumento che non perde una nota, una sola sfumatura stilistica, e batte e rimane volutamente su quelle note sospese del suo personaggio, su quelle confessioni agostiniane, che hanno il sapore di un fraseggio di Keith Jarreth, di suoni che devono decantare, continuare a portare notizia di sé, per dare un paesaggio duraturo agli umori dell’anima. Tutto lo spettacolo è il simbolo, il segno di un’espirazione ed un’ispirazione, di un ciclo di respirazione che non ha ancora deciso se essere un lungo, lunghissimo istante di dostoevskjana memoria o un’intera vita, in grado di srotolarsi nello spazio di uno spettacolo, di raccontare se stessa, con la preziosa semplicità con cui il rosmarino racconta il suo odore, a chi ha la fortuna di passarci vicino. E quegli occhi lucidi, stanchi ed insieme appagati degli interpreti, quegli occhi che hanno chiesto ai polmoni tutto il fiato a loro disposizione, ed altro ancora, alla fine, meritano tutti i numerosi applausi donati dalla platea.

Danilo Caravà

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