Recensione: “L’operazione”

l'operazione

Ci sono serate, come quella proposta da questo lavoro teatrale, dove si continua a recitare a soggetto, dove Pirandello può trovare personaggi in cerca di un critico più che di un autore. La scena ha sempre bisogno dello sguardo della platea per credersi vera, esse est percipi, è la dura legge del fare teatro, come il gatto di Schrödinger, finché è chiusa all’altrui atto del vedere nella scatola nera, non ancora illuminata dai fari, si trova in una sorta di nugolo di possibilità, oscilla come un pendolo tra l’esserci e il non esserci, l’unico modo per dipanare la questione è dare degli occhi alla platea. Un gruppo di attori inventa una formula metateatrale originale, declinata in una realtà in cui Giganti preferiscono poltroneggiare in salotto piuttosto che abbattersi su Ilse.

Eccoli qua dunque gli interpreti, per scriverla alla De Gregori, venuti a vedere quanta gente ci sta, e se questa sera si alza una lira. Il regista, autore e interprete Rosario Lisma porta lo spettatore a vedere il dark side of the moon del fare teatro, la parte sommersa dell’iceberg, quel rito delle prove con i tutti i suoi sussurri e le sue grida, e tutta la platea e lì col fiato sospeso, e la risata spontanea, pronta ad attendere il momento in cui si interromperà il silenzio radio e il Major Tom del camerino oltre l’estrema periferia di una Broadway di provincia, riprenda le comunicazioni con il ground control. L’attesa del fare teatro è essa stessa teatro, è una vita che recita se medesima selvaggiamente e disperatamente presente a se stessa vestendo la giubba ed infarinando la faccia come Canio.

La comicità che si ingenera, bagnata qua e là da lampi di verità più scomode, a volte arrabbiate, a volte dette con un soffiato trattenuto che racconta una privata scena di matrimonio, è quel tentativo di dare un senso al show must go on, ad una febbre della passata peste teatrale artaudiana che a volte non va oltre 37,5, ma che rimane ostinatamente in forma di passione, e si accorge di se stessa, come ci ricorda Jouvet, dopo tutti i “malgrado”, è la nottola di Minerva che torna alla dea sul far della sera, è il senso finale che rimane lì sospeso quando si è spenta l’ultima luce, ed il protagonista potrebbe cominciare, in una soluzione di continuità, a recitare il Canto del cigno di Cechov.

Il testo da rappresentare è relativo ai primi sequestri lampo dei nuclei brigatisti degli anni ’70, si presta ad essere una metafora efficace del lavoro dell’attore che dal pubblico disimpegno, nel migliore delle ipotesi, è considerato un compagno che sbaglia, che potrebbe accettare un’improbabile scrittura televisiva relativa ad un (ir)reality iperbolico. In controluce è l’incrollabile volontà di recitare a mostrarsi, è questa solida coriacea presenza che ci segnalano i raggi ics di questo testo. Questi pronipoti della compagnia della contessa di pirandelliana memoria hanno la stessa pervicacia, obbediscono a quell’imperativo che muove il teatro e le sue stelle, ovvero il show must go on. Di fronte ad un tavolo e delle sedie, oggetti feticcio di una scena ridotta ai suoi minima moralia, gli attori vivono i rumori fuori e soprattutto prima della scena. E’ soprattutto un omaggio all’arte stessa della recitazione questa piece, ma anche una J’accuse convinto, il quale punta i piedi di fronte ad un sistema che lascia agli attori giusto lo spazio di truccarsi tra un lavandino ed uno specchio.

Rosario Lisma è un corifeo postmoderno in bilico tra l’esiliarsi volutamente dal suo coro, piantare insomma la spada e dire no, oppure combattere e resistere, come dietro ad un’ideale linea del Piave. Si muove e s’agita come una legione di attori che muovano contro Macbeth meglio della foresta di Birnam. Le sue guance si imporporano proporzionalmente allo scaldarsi dei suoi fonemi, ha il compito arduo di soffiare e praticare il massaggio cardiaco alla vita che dovrebbe vivere nel fare teatro, e riesce decisamente nell’impresa. Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi, Alessio Piazza impastano una vocalità generosa, enfia di cromatismi, dietro la corda di Ciampa civile si sentono le armoniche della corda seria, di quella pazza, e di una quarta appena sfiorata, ma distintamente percepibile, corrispondente ad uno spleen baudelariano, ad una malinconia irrinunciabile per l’attore, come la coperta di Linus. Nel cammeo del critico compare Gianni Quillico che è in grado di incarnare efficacemente il phisique du role del giornalista definitivamente rapito dal fascino discreto della borghesia.

Il suo rapimento, orchestrato per obbligarlo a dismettere i panni del Godot recensore, eternamente assente, per indossare quelli di primo spettatore, si rivela l’ennesimo smacco. Nel sonno durante la rappresentazione e nella successiva critica più nuda della prosa di Cesare, liquida distrattamente l’operazione in attesa del prossimo evento mondano. Ma in realtà la vera rappresentazione lo comprende metateatralmente, La vita ritrova se stessa con semplicità, nel fermo immagine di un attore che sta lì, ostinatamente, nel luogo del delitto, ovvero quello delle sudate prove, per farsi immagine pittorica, un figlio illegittimo del pensatore di Rodin, che dimostra al pari del poeta di Pessoa, che l’attore è un fingitore, al punto che finge che sia dolore il dolore che sente veramente.

Danilo Caravà

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*