Recensione: “Lo zoo di vetro”

zoo di vetro

Come fare a raccontare l’anima di un testo universale, nato in un contesto a noi lontanissimo, ma che racchiude in sé domande importanti mai sopite?

“Lo Zoo di vetro” che debutta al Teatro Carcano di Milano in replica dal 7 al 17 novembre, viene completamente ribaltato dal lavoro del regista Leonardo Lidi che, spinge lontano, l’immaginario originale dell’opera di Tennessee Williams, catapultandolo nella storia del teatro europeo.

In particolare lo fa mescolando caratteristiche derivate dal mondo dei clown e del new circle. Ma ancora più intrinsecamente nella figura dello zanni (servo) della commedia dell’arte e trasformando tutti i personaggi in Pierrot.
Facendo un passo indietro “Lo Zoo di Vetro” è stato il primo successo teatrale di Tennessee Williams. È un testo fortemente autobiografico, in cui l’autore si confronta con temi come il desiderio, la famiglia, la realtà e i suoi stessi demoni.

Al centro della storia c’è la famiglia Wingfield, composta dalla madre Amanda e da un padre assente che li ha abbandonati. Da Tom, un ragazzo che sogna la poesia, si arrabatta con lavori di ripiego, si rifugia nelle avventure del cinema per provare a scappare dal contesto molto duro e tutt’altro che sensibile in cui vive.

Infine c’è Laura, la sorella di Tom. Anima delicata. Troppo delicata per quel mondo. Cura lo Zoo di Vetro che le ha lasciato il padre come se curasse sé stessa.
Ma com’è fragile il suo unicorno di vetro, così è fragile il suo essere. Tom e la madre lo sanno. Cercano in tutti i modi di aiutarla e di proteggerla non riuscendo mai, fino in fondo, ad accettare il suo essere aliena alle consuetudini di quella vita.

Come accennato il contesto originale è quello della colonia americana che possiamo ritrovare in film come Furore di John Ford o nei libri di Jack London. Una vita senza sconti, che poco si sposa con la fragilità di Laura, con il desiderio poetico di Tom e la fame di amore della madre Amanda. Lidi esplode il lato illusorio della famiglia spingendolo all’estremo con una scenografia incredibilmente potente, realizzata da Nicolas Bovey, in cui tutto è come se fosse una casa delle bambole, un costrutto instabile e palesemente falso, esagerato. Allo stesso modo questo viene espresso dai costumi disegnati da Aurora Damanti.

In questo contesto, il macro-tema del sogno e dell’utopia si innesta con straordinaria potenza visiva nella figura del Pierrot. Questa viene più esplicitamente espressa dal personaggio di Tom. Allo stesso tempo, la maschera, imprime le sue lacrime su tutta la famiglia Wingfield. In tutti vive un desiderio di felicità che sembra doversi infrangere come un animaletto di vetro scagliato nel vento.

Va detto che la figura del Pierrot, non è l’immagine scialba a cui ultimamente siamo abituati. È una maschera molto potente. Nasce come servo di Arlecchino per poi cambiare nel tempo. Sembra crescere e vivere attraverso gli attori che l’hanno portata alla sua forma conosciuta. Bianco e nero, senza sfumature, come lo Yin e lo Yang. Interessante sapere che esistono due tipi di Pierrot: uno bianco con pomi neri e uno nero con pomi bianchi.

A differenza dell’arlecchino il Pierrot non sbaglia casualmente o per fare il malandrino. Sbaglia quando ritiene di non poter fare qualcosa che, rispetto al suo amore per la luna e la bellezza, sia sbagliata. Il primo, bianco, corregge attraverso trucchi e stratagemmi ma il secondo, nero, si spinge all’omicidio.

Questo conflitto tra bene e male, tra desiderio ed egoismo, tra purezza e durezza, vive fortemente nei personaggi di questo testo e sembrano a loro agio in panni così apparentemente diversi.
Gli attori che li interpretano Mariangela Granelli (Amanda), Tindaro Granata (Tom), Anahi Traversi (Laura) e Mariano Pirrello (Padre e poi amico di Tom) riescono a districarsi bene nella gabbia registica impressa in tutto il lavoro. Sanno essere potenti, sanno affascinare e quasi a spaventare.
In Particolare la giovane attrice Anahi Traversi imprime magia nel personaggio di Laura che, come nello idiota di Tolstoj, sembra incarnare una purezza tradita e allo stesso tempo incorruttibile. Si può distruggere, ma non corrompere. Nell’atto feroce che subirà, si esprime tutto il concetto di colpa della cultura cristiana, impresso a fuoco nell’uomo scacciato dall’Eden.

Chi si approccia a questo spettacolo con uno sguardo ortodosso rispetto al lavoro dell’autore è meglio che lasci perdere. Chi invece vuole lasciarsi suggestionare e ispirare da una messa in scena coraggiosa e chiara nella sua idea, potrà certamente uscirne soddisfatto.

Michele Ciardulli

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