Recensione: “L’insonne”

l'insonne

L’Insonne, liberamente tratto da “Ieri” di Agota Kristof, torna a Milano al Teatro Litta dal 18 al 28 ottobre, con la magistrale regia di Claudio Autelli e le intense performances di Alice Conti e Francesco Villano.

Tobias è un emigrato, proveniente da “un villaggio senza nome, in un paese senza importanza”, che lavora in fabbrica e trascorre le sue giornate nella fredda ripetizione e nel torpore abitudinario di una vita sospesa tra il nulla e l’attesa di qualcosa, o meglio di qualcuno: Line, donna immaginaria eppure indelebile, rifugio della memoria e tormento del passato, proprio ciò che la scrittura rappresenta per Sandor (questo è il nome con cui Tobia è chiamato da adulto, in Svizzera). Quando lei riappare, inaspettatamente, nella sua vita, un’onda di ricordi, passione, dolore e ossessione travolgerà i due personaggi, trascinandoli sulla riva di un mare indomabile, infinitamente vasto: un oceano di sentimenti ed esistenze possibili, naufragate negli occhi di un orbo presente.

Anime nere si muovono sulle pareti di un cubo trasparente, ingrandendosi e mutando forma e intensità a seconda di come i corpi, da cui esse provengono, si espongono o rifuggono la luce. Si fanno bambine e poi adulte, giocose e leggere e, a tratti, ingombranti e minacciose; danzano da una parte all’altra della piccola stanza, si prendono per mano e per i capelli, si cercano e a volte sembrano non volersi trovare; mettono in scena il passato come unica forma di vita e intanto gemono, si straziano, ridono e si maledicono senza sapere di essere morte. Ad un certo punto della vita, può accadere di essere nient’altro che corpo, può succedere che l’anima resti indietro, in luoghi lontani, nel calore di mani e occhi conosciuti e poi abbandonati. Agota Kristof lo sa bene e l’intera drammaturgia si compie in linea con la scrittura asciutta e diretta dell’autrice, di una donna che ha sulle dita le impronte dettagliate della sua esistenza e ne scrive lasciando tracce precise tra ogni lettera, su ogni punto o virgola, sugli spazi bianchi di pagine forse fittizie ma necessarie.

Diversi livelli narrativi si sovrappongono sulla scena, durante il racconto e lo scontro tra le anime e i corpi, come tra il passato e il presente, all’ombra di un futuro impossibile, di un amore sbagliato, di un dolore rinnovato. Le voci si trasformano e accompagnano le parole tra le vertigini del ricordo, sull’orlo di abissi lontani che i corpi credono di aver attraversato, ingannandosi nel presente di una stanza, di una vita monotona, mentre tutt’intorno, sulle pareti del rimosso, va in scena lo spettacolo del vissuto. Alice Conti e Francesco Villano riescono nella straordinaria impresa di fondere i livelli di esistenza del testo, di perdersi tra il dentro e il fuori di un arco narrativo estremamente denso e lo fanno con una maestria e una teatralità vivide e toccanti. Si scoprono e si confondono continuamente, credendo di essere qualcuno per poi dimenticarsi e cambiare pelle, intonazione, respiro, alla ricerca di un “essere-per-esserci”, riuscendo a cadere e riemergere, vorticosamente, da un “essere-stati” che non si può cancellare.

La Kristof, in “Ieri”, scrive :”Domani, ieri, che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica. Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. È. Sempre. Tutto insieme. Perchè le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.” Le stesse parole, la stessa presenza dell’autrice risuona nel voice over di Paola Tintinelli, a rimarcare il fatto che non si può mettere in scena o leggere un testo dell’autrice ungherese senza comprenderla attivamente o ignorando che le sue parole sgorghino potenti dalla sua vita.

La drammaturgia, a cura di Raffaele Rezzonico e Claudio Autelli, si pone al fianco del testo della Kristof, come un compagno amorevole, con un tocco meravigliosamente delicato ma d’impatto. E tutto, a partire dalla scenografia agli emozionanti effetti che scaturiscono dalla sua relazione con le luci, i suoni e gli attori, concorre a fare de “L’insonne” un’opera destinata a durare nel panorama teatrale italiano, perchè consapevole di poter esistere oltre il testo, scegliendo però di diventarne evocativa sintesi visiva, unione metafisica. A volte si dimentica che il Teatro è per gli altri. Quando uno scrive o recita, ad esempio, lo fa perchè sente che qualcuno, in un certo qual modo e in una parte più o meno significativa del mondo, ne ha bisogno. Costui potrà amare, criticare, discutere o rifiutare il risultato finale, ma la propensione al racconto, in qualsiasi forma, deriva dalla volontà di consegnare a qualcuno qualcosa di più o meno importante, di unico o anche banale; è vitale che il darsi sia un atto compiuto per l’altro. Autelli, e chiunque abbia lavorato a questo spettacolo, rappresenta pienamente tale concetto che sembra, troppe volte, sfumarsi in ego smisurati e sproloqui inutili. Le voci che meno sgomitano per essere ascoltate, come quella della Kristof, prima o poi si elevano dal silenzio e divengono incandescenti atti d’amore. Così dev’essere. “L’Insonne” così è.

Giuseppe Pipino 

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