Recensione: “Lingua di cane”

lingua di cane

Sei attori in schiera ondeggiano i loro corpi. Avanti e indietro, perdono l’equilibrio, si rimettono in piedi, e raccontano, frammentate, le loro vite. È la linea dell’orizzonte che si spezza, si fa onda da lontano e cavalca il palcoscenico fino alla platea del Teatro Menotti. “Lingua di cane” di Giuseppe Cutino porta a teatro il mare, che porta sulle coste i migranti.

Eppure non c’è cordoglio nelle loro voci, nessuna disperazione. Solo un pensiero che, di bocca in bocca, da un monologo al dialogo, tenta di tracciare un confine intorno a una condizione umana, la speranza di viaggiare, arrivare, di approdare prima o poi a un pezzo di terraferma e aggrapparsi a quella ipotetica certezza, che non ci lasci affondare. E questo vale per il migrante, sì, e per tutti gli altri, migranti o no.

Da un’idea di Mario Incudine e Franz Cantalupo, lo spettacolo racconta la migrazione senza mai nominarla, senza nemmeno alzare la voce, ma sussurrando dentro una bottiglia di vetro un messaggio da affidare alla risacca. Merito della drammaturgia accurata ed evocativa di Sabrina Petyx, scritta come la scriverebbe il mare, di onda in onda, con le parole e i dialoghi che si sovrappongono e vengono affidati allo spettatore, perché ne tracci una linea. A ognuno il suo orizzonte ci sembra dire, a ognuno il suo personale approdo.

Ai sei attori in scena (Franz Cantalupo, Sara D’Angelo, Elisa Di Dio, Noa Di Venti, Mauro Lamantia, Salvatore Galati) il compito di trasferire quest’eco, di farsi conchiglie a cui accostare l’orecchio. Ma anche di scuotere le acque, il palcoscenico ricoperto di indumenti, di tirarne fuori come per magia dei teli termici, di affannarsi per la loro sopravvivenza nei movimenti scenici di Mariagrazia Finocchiaro.

La regia di Giuseppe Cutino riesce a navigare nelle acque profonde di un tema delicato, e trasformare ogni disperazione auto commiserante in una lirica visiva e sonora che scardinano il tema trattato dal piano della realtà, sollevandolo a quello di visionarietà liberatoria. L’efficacia delle dinamiche corali e l’abilità degli attori, in cui è visibile un lungo lavoro di assimilazione che li rende scevri di ogni orpello recitativo e saldamente ancorati a ogni più piccolo dettaglio di uno spettacolo di non facile esecuzione, fanno di quest’opera un momento di dialogo prezioso più di tanti slogan intrisi di retorica.

Complice la bellezza delle luci di Marcello D’Agostino lo spettacolo trova il suo apice nell’immagine finale. La scena si svuota e una grande vela a forma di Sicilia viene issata. L’isola era presente nella lingua parlata dagli attori, l’ennese stretto, era quella dei telegiornali, dei morti annegati che nemmeno sappiamo. L’isola immaginaria a cui tutti, noi uomini isole, approdiamo.

Alessandra Pace

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