Recensione: “L’importanza di chiamarsi Ernesto”

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Dopo il successo del 2017, al Teatro Elfo Puccini torna L’importanza di chiamarsi Ernesto diretto da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Una messa in scena che mantiene il testo di Oscar Wilde del 1895 senza aver bisogno di cambiarne ambientazione temporale. Questo è forse il primo dei tanti meriti che vanno dati ai due registi capaci di mostrare la società inglese come voleva l’autore in uno spettacolo che si apre sulle note di I will survive in una scenografia in stile pop art che omaggia esplicitamente lo stesso Wilde.

I personaggi entrano in scena in modo coreografico, quasi animalesco, un perfetto mezzo per caratterizzare quelle che saranno poi le loro attitudini. Pazienza se il gioco di parole del titolo originale non è ripetibile in italiano, la commedia riesce benissimo a trasmettere le sue peculiarità, dal concetto di onestà al desiderio di una doppia identità. Poter essere Jack in campagna ed Ernest in città, poter decidere quando allontanare tutte le responsabilità e pensare solo a divertirsi può apparire decisamente suggestivo. I due protagonisti intepretati da Riccardo Buffonini e Giuseppe Lanino non rinunciano mai a godersi la vita, come il gatto e la volpe si alleano nel momento del bisogno e si contrastano quando gli interessi collidono.

I dialoghi e gli scontri tra i due attori sono più che mai piacevoli. Cattiveria e cinismo non mancano in questo testo perfettamente interpretato da un cast di primo livello che può contare su nomi come Elena Russo Arman, Elena Ghiaurov, Luca Toracca, Cinzia Spanò, Camilla Violante Scheller, Nicola Stravalaci. Tutti più che mai convincenti, dalla terribile zia Augusta interpretata da Elena Ghiaurov al cinismo della governante Cinzia Spanò fino alle due giovani raggirate Elena Russo Arman e Camilla Violante Scheller. Personaggi stereotipati e tipicamente inglesi come la governante, il maggiordomo, il reverendo strizzano l’occhio al pubblico così come le continue frasi ad effetto. Una recitazione volutamente eccessiva con urla, risate e pianti, per una storia che da piacevole si trasforma in avvincente grazie al colpo di scena finale che tinge di “noir” la sua conclusione.

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